di Paolo Pieroni
Prendersi cura ha a che fare con le mani, col lavoro del vasaio o dell’artigiano. Col dare forma all’informe, come chi fa il pane. Può essere un accarezzare, un accompagnare, un sentire la pasta, la terra, l’acqua scorrere tra le dita.
Prendersi cura ha a che fare col tempo. E’ essere lì, sempre lì. E’ portarsi dietro, nel segreto, un’idea e l’amato. Custodirlo. Ha a che fare con l’attenzione e con la grazia. Esserci e non esserci. Sapere tenere la giusta distanza, imprimere la forza necessaria (e non di più).
E’ intuizione, spirito santo. Saper attendere. E’ il lavoro dell’agricoltore e del giardiniere. Del buon medico, infermiere, o educatore. Della madre e del padre. E’ il qui, l’ora, il giorno dopo giorno. Le stagioni, la crescita, la visione dei frutti che ci saranno. Se sapremo attenderli e proteggerli.
Perché le avversità sono molte, di più, potenzialmente infinite. Tutto porta alla disgregazione, al disordine, al disfacimento. E’ l’entropia e il caos che governano l’Universo.
Prendersi cura è muoversi su un filo, anche quando questo viene meno, oltre le leggi della fisica. E’ credere nel miracolo che può essere, che ci sarà.
Prendersi cura nasce dallo sguardo, da una disattenzione per il resto del mondo, e per una ferita d’amore, per qualcosa che guarda proprio te e ti chiama: “Si, guardo proprio te, nel fondo dei tuoi occhi, ho bisogno di te, delle tue mani, del tuo cuore, del tuo tempo, della tua cura…”
E’ qualcosa o qualcuno che ci chiama personalmente. E lo fa da subito. Ci ferisce con uno strale d’Amore. E, dopo quella freccia, non possiamo più dire di no. E’ come un laccio che ti lega, senza saperlo. Occhi che chiederanno ancora: “Ho bisogno di te, attendo te…proprio te!”, “Non posso fare senza di te”.
Un rapporto che si stringe, che ti chiede sempre di dare: “Ancora un po’, ancora una misura…”
La cura è costanza, impegno, sacrificio, fedeltà. Ed è anche gioia di un qualcosa che cresce. Di un sentimento che si allarga.
E’ pazzia, ostinazione e fede. E’ il sogno del santo. E’ l’invenzione dell’artista che arriva alla sua forma un mattino, dopo mille e ancora un tentativo.
La cura è una strada che non c’è, e si apre tra le pietre. Il chicco di senape e il grande Albero, che ospiterà gli uccelli del cielo dopo molti anni. L’ovulo fecondato, che sarà bambino e quindi uomo (e l’Angelo che lo accompagna e lo sorveglia dall’alto).
La cura crea opere. Qualcosa che resta oltre la morte, che resisterà ancora per un po’, forse sempre, oltre la finitudine delle cose e del tempo. Qualcosa di grande – a volte di più, a volte di meno – e che dà senso, significato, gratitudine. Qualcosa che ci guida. Che ci fa dire, al fine: “Grazie, ne è valsa la pena…”
Che ha valore per noi, al di là del giudizio del mondo, noi soli che ne conosciamo la vita e la storia fino in fondo. E’ un costrutto improbabile che dialoga con le forse più segrete e divine del cosmo – la bellezza, la pace, l’equilibrio, la forza, la verità.
Un vissuto. Un sogno realizzato.

Caro Massimo, “la cura” ha a che fare anche con te e il tuo lavoro – “Mafalda” e dintorni – al nostro liceo…
Paolo Pieroni
Il Link che segue e che Paolo mi ha autorizzato a pubblicare, mi ha detto molte cose. Tra le altre, che io e Paolo continueremo a dialogare. Sono precipitato dentro alle parole ed alle foto, tra spore, scisti e rocce che hanno camminato dall’equatore ai monti pisani. La “curiositas”, quella fertile tensione che ha a che fare con la cultura, deriva proprio dalla parola “cura”, da quello sguardo aperto all’altro, spinto dal nostro vuoto da colmare e da una sollecitudine pronta ad accompagnare.
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