Giovedì 17 Ottobre 2024

L’appiattimento del mondo. La crisi della cultura e il dominio della norma. Olivier Roy 2024

Prima Parte

“Sul fatto che ci troviamo all’interno di un conflitto fra modelli culturali tutti concordano […]
La cultura è al centro dell’attenzione anche se il significato del termine resta vago.”
Parole di Olivier Roy.

Cos’è la cultura? Il termine rimanda, secondo Roy, ad una pluralità di significati che ruotano attorno a due poli: la cultura antropologica e la cultura come corpus (o cultura alta).

Complicato? Non direi. La cultura antropologica è quella di un gruppo (dalla famiglia, alla nazione, alle civiltà) che ci precede e i cui contenuti apprendiamo per analogia e condivisione, la seconda è quella che chiamiamo cultura alta, un insieme di contenuti oggettivati e riconosciuti come tali.

Se il sottotitolo del libro (La crisi della cultura) non ci ha allontanato subito, possiamo ora seguire Roy, possiamo utilizzare la sua definizione di cultura e chiedersi quale cultura è in crisi: quella delle diverse comunità cui apparteniamo, o quella degli intellettuali? E’ una crisi della cultura di tutti e ognuno o sono i chierici in crisi?

La tesi di Roy è che siamo di fronte ad una “deculturazione delle culture”, cioè siamo di fronte ad una dissoluzione del contenuto della cultura alta e ad una cancellazione delle culture antropologiche. E’ in crisi la cultura di tutti e quella dei chierici. Tesi pesante. Non si aggiunge alle lamentazioni contro l’indebolimento di saperi e competenze, ma neppure partecipa semplicemente alla battaglia antiglobalizzazione in nome di radici e appartenenze.

Roy pensa che nel secondo lungo dopoguerra del novecento siano avvenuti processi che hanno indebolito e poi distrutto non solo le culture precedenti (già accaduto e ogni crisi culturale è poi seguita da una forma nuova di acculturazione), ma compromesso l’esistenza stessa delle culture, sostituendo ad esse altri fenomeni che cultura non sono. Anticipo che, se volessimo invertire i processi in atto e quindi tornare a fare e avere cultura, il libro di Roy non ci da risposte risolutive, forse solo alcuni utili consigli su alcune cose da evitare.

“La lingua precede sempre la grammatica, si parla prima di sapere come si parla.”. La caratteristica della cultura è l’implicito, l’evidenza per cui le cose vanno da sé, ciò che non è necessario dire quando dichiariamo valori e contenuti. La cultura ha sempre uno spessore, l’implicito che sta sotto quanto diciamo, ma proprio perché non è solo superficie, la cultura antropologica deve essere decodificata e si lega ad una cultura alta che la esplicita, per selezione e trasmissione. L’esistenza della cultura di un gruppo non prevede assenso o approvazione da parte di ogni singolo su ogni aspetto, nelle culture ci possono essere conflitti e tensioni capaci di raggiungere punti di rottura cui segue la costruzione di una cultura con un suo diverso sistema implicito.

La distruzione dell’implicito sarebbe avvenuta essenzialmente come conseguenza di una vasta e profonda svolta individualista unita alla distruzione dello spazio fisico-sociale condiviso. Due processi che si sono alimentati e sostenuti reciprocamente e che a loro volta hanno progressivamente cancellato l’implicito, l’evidenza, la sua forma verticale, la sua profondità. Abbiamo sostituito allo spessore dell’implicito la superficie dell’esplicito: c’è solo ciò che diciamo e esibiamo, nient’altro.

Appena cominciamo a sentire il peso eccessivo di un idealismo non dichiarato, Roy afferma che i tre elementi chiave di questa crisi sono de – socializzazione, individualizzazione e deterritorializzazione. Paroloni con i quali però si ammette che prima sono spariti i soggetti sociali esistenti che hanno lasciato sul terreno i soli individui (le finte partite iva al posto della classe operaia) e attorno a questi individui sono scomparsi tutti i luoghi sociali in cui quegli individui erano immersi in relazioni e riconoscimenti reciproci (al posto della fabbrica, della piazza e del quartiere ci sono agenzie, siti, gruppi virtuali).

Si dovrebbe quindi prima descrivere quella de – socializzazione partita negli anni ottanta, ma Roy non si assume questo compito, lascia che sia svolto da sociologi ed economisti, lui intende descriverne le conseguenze sul terreno culturale. Comprensibile, ma penso che quando in fondo al lavoro ci accorgeremo che alle domande su come tornare a costruire cultura mancano le risposte, dobbiamo ricordarci questo legame causale tra i profondi mutamenti della dimensione sociale della nostre vite e le forme assunte dalle stesse dal punto di vista culturale.

Roy individua quattro livelli di mutazioni (direi quattro cause delle mutazioni) :
“1) la rivoluzione individualista ed edonista degli anni sessanta 2) la rivoluzione di internet 3) la mondializzazione finanziaria neoliberista 4) la globalizzazione dello spazio e della circolazione degli esseri umani.”

La rivoluzione degli anni sessanta ( spesso ricondotta al “sessantotto”) è, per Roy, una rivoluzione valoriale verso l’individuo desiderante che si autorealizza attraverso la liberazione dai vincoli e dai ruoli prestabiliti.
L’individuo desiderante delegittima il passato e se la ragione illuminista aveva sostituito la trascendenza, il desiderio sostituisce la ragione. Un cambiamento paradigmatico se non addirittura antropologico (non ideologico o autoritario) che muta la società civile. La cultura dei sixty si è poi globalizzata e ha portato la rivoluzione individualista ed edonista ben oltre quella generazione e quell’occidente.

Su questo due riflessioni.

La prima. Questo sessantotto individualista ed edonista corrisponde in buona parte a quegli anni sessanta, ma è anche particolarmente francese, è il maggio con uno sguardo allargato ai paralleli fenomeni statunitensi. Sacrifica e perde altri aspetti di quei contesti ma anche altri sessantotto. Come quello italiano, dove la svolta del maggio incontra tante Italie diversamente impegnate a uscire dalla propria identità agraria tradizionale verso la industrializzazione, a staccarsi a loro modo dal pervasivo modello clerico – fascista, a cercare diversamente nella politica una nuova realizzazione della libertà individuale.

La seconda. L’elaborazione intellettuale che ha sostituito la ragione alla trascendenza (legge divina e legge naturale) si è realizzata nel secolo precedente al ’68. I maestri scelti da quel maggio (Marcuse, Sartre, Bloch) erano intellettuali della prima metà del secolo e proponevano sentieri che venivano da lontano non riducibili a teorie sull’individualismo edonista.


Dovremmo guardare con maggiore attenzione ai decisivi passaggi di quella “cultura alta” verso la società di massa, avvenuti prima in USA e poi in Europa. Quel passaggio dalla società del ” primo terzo” a quella dei “due terzi”, dalla borghesia del primo dopoguerra alle borghesia larga del secondo dopoguerra che eredita quella cultura di derivazione illuminista e la traduce ad uso dei nuovi soggetti urbani e delle nuove generazioni chiamate ad una trasformazione profonda, destabilizzante, dolorosa e violenta. I soggetti di quella trasformazione, secondo me, se non desiderano subiscono, se desiderano si realizzano anche quando subiscono. Nella trasformazione in corso, i sixty hanno proposto il desiderio come rimedio, ma il desiderio non è stato solo individualistico, si è chiamato anche utopia, desiderio entro un immaginario sociale condiviso.

Il sessantotto libertario diventa per Roy l’alleato a cui si rivolge il neo – liberismo per legittimare il proprio progetto economico, finanziario, politico e culturale.
Siamo al terzo livello di mutazione. Il neoliberismo è la generalizzazione assoluta del libero mercato e la mercificazione di tutto ciò che non è merce, con la sua estensione nella vita privata. Se persone, cose e valori stanno nell’unico luogo globale , il mercato, valgono in quanto comparabili, misurabili nello scambio. Le relazioni e i luoghi sociali perdono autonomia valoriale, così come accade alle emozioni e alle norme. Tutto è liberato dai vincoli precedenti ma anche dissolto perché se il valore si misura nella comparazione allora prevale la messa in scena, l’ostentazione su un palcoscenico fuori da ogni legame sociale e territoriale.

“Non esiste la società, esistono solo gli individui, di sesso maschile e femminile e [come aggiunse successivamente] le loro famiglie. Tutte le forme di solidarietà sociale dovevano scomparire a favore dell’individualismo, della proprietà privata, della responsabilità individuale e dei valori familiari”. La famosa dichiarazione di Margareth Thatcher così riportata da David Harvey, viene utilizzata da Roy per leggere la paradossale alleanza tra valori libertari e valori neoliberisti, alleanza che secondo Roy spazzerà via ogni base sociale organica proprio ai quei valori che voleva proclamare. La odierna confusione tra destra e sinistra sarebbe quindi conseguenza di una crisi della cultura in generale (solo successivamente della cultura politica) la quale, proprio in quell’abbraccio, ha sacrificato ogni spessore, ogni rete relazionale e territoriale ed infine la possibilità stessa della esistenza di una cultura.

Altra nota. La riduzione dei ’68 all’individuo desiderante precipita in una visione lineare della storia dove i sixty edonisti e gli eighty neo – liberisti si danno la mano e sono parte di un medesimo processo coerente. Non solo così si rischia di perdere la complessità del reale, ma scompare ogni dinamica contraddittoria ed ogni lettura conflittuale, mentre la complessità sta proprio nelle tante articolazioni conflittuali in cui operiamo e decidiamo, subiamo e costruiamo.  Le parole di Warren Buffett, la lotta di classe esiste, e la mia classe l’ha vinta”, non sono una analisi più approfondita di quel lasso di tempo, ma mi pare almeno indichino quanto è assente nella linearità apparente che dalla “alleanza studenti, insegnanti, operai” conduce direttamente nella finanziarizzazione del mondo attuale.             

Per sintetizzare invece il secondo livello ricordo un testo di Alessandro Baricco, The Game (2018), in cui la rivoluzione culturale che ha generato la rivoluzione digitale viene attribuita alla controcultura californiana, alla sua ricerca di una libertà estrema e incondizionata : “Boicottare i confini, tirare giù tutti i muri, allestire un unico spazio aperto in cui ogni cosa era chiamata a circolare. Demonizzare l’immobilità. Assumere il movimento come valore primo, necessario, totemico, indiscutibile […] effetto marea: il singolo individuo nuota libero in un mare protetto e organizzato in cui non ci sono sacerdoti a rompere i coglioni ma dove correnti create da immense maree collettive lo inglobano senza che lui quasi se ne accorga”. La rivoluzione di internet. Spazio virtuale, dice Roy, infinito diceva Baricco, dove viviamo con il nostro profilo selezionato (l’io che vogliamo), e la esplicitazione dei contenuti selezionati sostituisce la cultura e il suo implicito. Il reale non scompare ma diviene secondario rispetto al virtuale, l’implicito sociale è sostituito dall’esplicito immaginario.

Il passo al quarto livello è ora breve. La globalizzazione sostituisce il mondo alla nazione, la de-culturazione sostituisce alle culture i marcatori semplici delle identità (dalla pelle bianca alle orecchiette pugliesi servite dai nazionalisti al G7) e in questo modo le culture, ricondotte a banali espliciti e svuotate dell’implicito, diventano compatibili se non intercambiabili, in un mercato globale appiattito e multiculturale.

PRIMA PARTE


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