«Sarà dunque, quella del 15 marzo, la piazza di quelli che non ne hanno idea. Eppure vogliono fare qualcosa»
Una piazza per l’Europa.
Perdonerà Michele Serra e la redazione del ILPOST se mi permetto di mettere a disposizione la NL giunta agli iscritti poche ore fa. Rimando sempre all’originale che è tra gli interessanti prodotti giornalistici messi a disposizione da ILPOST.
La proposta della Manifestazione “Una piazza per l’Europa”, lanciata precisamente un mese fa da Michele Serra, è diventata oggetto di una aggressiva campagna denigratoria ma soprattutto manipolatoria. Unico rimedio tornare sempre alla fonte, far parlare chi la proposta, l’ha pensata ed avanzata a tutti noi.
Veramente deplorevole ed inadeguata la scena televisiva domenicale dove per informare sulla manifestazione di Sabato 15 si è invitato chi passa da un talk all’altro per dire con serioso cipiglio geo – politico che l’Europa non esiste e chi recita confusione senza un perché, senza più passione civica.
Sottolineo il paragrafo nel quale Serra risponde alla questione delle bandiere,
OK BOOMER! Michele Serra / Lunedì 10 marzo
Non vedo l’ora che tutto torni normale: è il mantra che mi ripeto in attesa della manifestazione del 15 marzo, da me sbadatamente evocata proprio qui, il 10 di febbraio, conquistandomi presso di voi la qualifica affettuosamente derisoria di Peraltro Capopopolo. Ma il mantra giusto, invece, è un altro, e l’ho capito in questi giorni che per me sono stati insoliti (eufemismo) e molto complicati.
Il mantra giusto è: non c’è alcun bisogno di tornare alla normalità, perché tutto quanto già ne fa parte. Fanno parte della normalità anche la guerra, la pace, le rivoluzioni, la Storia, figuratevi una manifestazione di piazza, che quando accade sembra un pianeta in movimento, il giorno dopo un asteroide, l’anno dopo un sassolino. Nel momento in cui l’ho capito, mi sono sentito meglio. Più normale, appunto.
E soprattutto, in qualità di PC, inchiodato al telefono per intere giornate, incrociando le parole, gli umori, i caratteri, i problemi di molte persone potenti e importanti, con le quali mai mi sarebbe capitato di parlare, tutte in una volta, se non mi trovassi in questa singolare contingenza (i giornalisti fanno sempre finta di conoscere tutti ma non è mica vero, e comunque non è sicuramente il mio caso); soprattutto, dicevo, mi sono reso conto che anche loro, le persone cosiddette di potere, sono prevalentemente normali, con problemi normali. Gli alti e i bassi, le incertezze e i dubbi, le amicizie e le inimicizie, le incazzature e le delusioni, la fatica di navigare in un mondo difficile. Un paio mi hanno detto “ti richiamo perché adesso sono stanco morto”, un altro paio “qui non prende il cellulare”, un altro paio ancora (i miei preferiti) “di questo passo non ci si capisce più niente”. Così va la vita, avrebbe detto Kurt Vonnegut. E Kurt Vonnegut ha sempre ragione.
Poi, naturalmente, c’è la normalità normale, quella che già conoscevo, dentro la quale ho vissuto per tutta la vita, ed era già prevedibile rimanesse invariata: la valanga di persone che scrive “io a Roma ci sarò” e non mi chiede altro, tantomeno di dirimere questioni politico-ideologiche che non hanno soluzione da quasi un secolo e non si vede perché mai debba risolverle io; la valanga di persone che non ne sanno un accidente, della manifestazione del 15 marzo, e tantomeno sanno che io ci sono dentro fino al collo. Il signore che mi ferma per strada con un largo sorriso e mi dice: “grazie, grazie di cuore” e io mi preparo alla centesima adesione, e lui stringendomi la mano aggiunge “grazie di cuore per la sua prefazione al libro di Stefano Senardi”, e io lo abbraccerei ma non posso dirgli perché; e sopra tutti il mio vicino di casa, contadino e gentiluomo, che mi telefona per chiedermi se mi ricordo per caso com’è la ricetta dei sarmàle, che sono involtini rumeni formidabili e temibili e li abbiamo mangiati una volta insieme, e io gli rispondo che non me la ricordo ma gliela procuro di certo (lui non ha internet, invidiabile condizione). E vi giuro che mi sono quasi commosso per il sollievo, evviva i sarmàle, ci sono anche loro, mica solo la Storia. Certo, nell’umore in cui mi trovo, un secondo dopo mi sono domandato in che anno la Romania è entrata nell’Unione Europea. Oramai, ho un cervello euroformato, o eurodeformato, vedete un po’ voi.
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C’è la questione delle bandiere, e cerco di farvela breve. L’idea di partenza era che ci fossero solo quelle europee. E già così era un bell’atto di fiducia in una bandiera ancora tutta da sventolare, da sempre ripiegata nei cassetti, per quali e quante sono state le occasioni nelle quali a nessuno sarebbe venuto in mente di sventolarla; e poi ha sganciato la sua bomba von der Leyen, con la sua idea novecentesca, vecchia come il cucco, ottusa, neanche un grammo di fantasia, di riarmare l’Europa nazione per nazione, come se non fosse in piedi il dibattito sulla difesa comune, la protezione comune, spendere meglio quei soldi che oggi, con il massimo sforzo, danno il minimo rendimento.
E allora molti hanno detto: veniamo solo se possiamo portare anche le bandiere della pace, perché la cosa più importante è la pace. E altri hanno detto: veniamo solo se possiamo portare le bandiere dell’Ucraina, perché la cosa più importante è la libertà. Capita che alcuni di questi portabandiera non si sopportino e si considerino avversari politici, e quindi la questione – tutti insieme nella stessa piazza – non è di facile soluzione. Capita anche, però, che pace e libertà siano concetti strettamente intrecciati, anzi indissolubili, essendo ovvio a chiunque che non c’è pace senza libertà (sì, sto parlando dell’orrida pax imperiale e neocoloniale che Trump e Putin hanno in mente per l’Ucraina); e che non c’è libertà senza pace, perché sotto le bombe, o al cimitero, o amputati, o prigionieri di guerra, non ci si sente liberi per niente.
Del resto, per quello che valgono le parole, così recitano le prime righe della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, detta anche Carta di Nizza (per non dire dell’intero impianto del Manifesto di Ventotene, che la precede di quasi sessant’anni).
“I popoli d’Europa, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia”.
Stanno insieme nella stessa Carta, la pace e la libertà, non vedo perché non debbano cercare di convivere nella stessa piazza. Lo so bene, lo sappiamo bene tutti, che ben pochi dei magnifici presupposti ideali sono diventati, a tutt’oggi, teoria e prassi della UE. Lo ha detto, chiaro e secco come una fiondata, poche settimane fa, Mario Draghi al Parlamento Europeo, rivolto ai governanti dell’Unione: «Mi avete detto che non siete in grado di realizzare i valori fondamentali per i quali è stata creata l’Unione Europea. Quando mi chiedete che cosa è meglio fare ora, vi dico: non ne ho idea. Ma fate qualcosa».
Sarà dunque, quella del 15 marzo, la piazza di quelli che non ne hanno idea. Eppure vogliono fare qualcosa. Mia moglie, che a tempo perso mi fa da ghost writer, mi suggerisce di dirlo con questi due versi di Patrizia Cavalli:
Sto qui ci sono e faccio la mia parte
Ma io neanche so cos’è questa mia parte
Dunque alla fine, quanto a bandiere, non mi sento autorizzato a dettare il dress code di una manifestazione politica. Ognuno faccia come si sente. Ognuno la sua parte. Vi aspetto, chi ci sarà, sabato 15 ore 15 in piazza del Popolo, a Roma. Chi non verrà, amici come prima. Ma più saremo, meno i governanti d’Europa si sentiranno autorizzati a dimenticare che l’Europa è pace e libertà. Sta scritto. Proviamo a dirlo, no? Poi si vede che succede.
«Sarà dunque, quella del 15 marzo, la piazza di quelli che non ne hanno idea. Eppure vogliono fare qualcosa»
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