e fermare il disegno del governo Netanyahu
C’è uno spaventoso muro di rumore orchestrato attorno al massacro del popolo palestinese, alla cancellazione della possibilità stessa della esistenza di una nazione palestinese, alla occupazione di ogni lembo di terra palestinese da parte dello stato israeliano perché, come ha detto Netanyhau, qualsiasi stato palestinese significherebbe una minaccia di distruzione per Israele.
Come è possibile che non sia più il silenzio l’arma impropria con cui si accompagnano le violenze più estreme?
Perchè il governo Netanyahu rappresenta da tempo quella parte di Israele che non solo è una miscela terribile di fanatismo religioso e nazionalismo laico, di suprematismo ebraico e delirio di onnipotenza, ma ha abbandonato ogni velleità di “accontentare” i partner internazionali con la loro tavolozza di valori cristiano – illuministi fatta di dialogo, riconoscimento, accordi e compromessi che relegano la violenza nell’angolo delle necessità ultime. Dicono espressamente che stanno costruendo il grande Israele dal fiume al mare, che i palestinesi se ne devono andare, che ogni palestinese è solo una minaccia, che Israele è nato e prospererà per l’eroismo dei fondatori e del suo esercito nonostante, non grazie, gli organismi internazionali inquinati di antisemitismo e antisionismo. Se quella parte di Israele rappresentata dal governo Netanyahu non avesse da tempo fatto questo passaggio profondo, culturale e politico, quanto accade in Israele da diciannove mesi sarebbe stato accompagnato da silenzi, manipolazioni, negazioni, distrazioni come abbiamo già visto altre volte e in tanti altri contesti. Oggi domina il rumore assordante della autocelebrazione delle violenze più estreme lucidamente organizzate, pianificate e realizzate, accompagnate dalle patetiche autocelebrazioni parallele di Hamas.
Quel rumore assordante che domina sulla Palestina diventa in Europa e in America l’assordante rumore del chiacchiericcio politico, delle diverse piazze e mobilitazioni, quelle che sussurrano o danzano e sventolano e quelle che spaccano e bruciano. A proposito, ma ci mobilitiamo per salvare i palestinesi dal massacro o questo prioritario obiettivo sta accanto ad altri più nostrani, magari più globali o più locali, ma insomma a causa dei quali, tante piazza ci sono e in tante ci divideremo. Rumore su rumore per coprire che sotto, accanto al massacro e alla occupazione avanzante, non c’è concretamente niente. Niente di niente. Neppure la ricorrente solidarietà degli aiuti umanitari che questa volta non arrivano e non arriveranno, per la ragione di cui sopra, perché ogni sana ipocrisia formale e sostanziale è stata cancellata da Israele e possono programmare l’assedio per fame, sete e peste (Do you remember?).
Le organizzazioni internazionali faticosamente costruite nel dopoguerra sono state lucidamente bloccate, rese inutili e offese. Siamo arrivati all’estremo mai pensato che le organizzazioni internazionali non hanno il diritto di entrare in un territorio sottoposto a catastrofe umanitaria e gli aiuti li gestisce l’occupante o un suo alleato o un suoi incaricato!
Io ho sempre appoggiato l’ingerenza umanitaria. Rischiosa, imbarazzante alcune volte, ma quando è l’univa alternativa alla inazione e al trasformarsi in spettatori dei peggiori crimini, della volontà di potenza di qualcuno, scelgo l’ingerenza umanitaria. Non i caschi blu gentilmente allontanati per massacrare migliaia e migliaia di persone in ventiquattro ore a Srebrenica o la scelta pelosa di chi preferiva la pulizia etnica in Kossovo.
Ma chi oggi può rompere il muro di rumore e fare qualcosa per fermare il massacro e l’assedio? Chi oggi può accompagnare armato i convogli di aiuti a Gaza perché giungano alla popolazione? L’ONU è completamente sotto scacco da parte degli Stati Uniti, nei suoi organismi di vertice come nelle sue filiazioni operative. Certo non la Nato del caso Kossovo, l’Europa lo dovrebbe fare in un contesto non di “peace keeping” che conosce e pratica, ma in un contesto di guerra, contro gli Stati Uniti, attraverso forze armate che non ha. Lo devono fare alcune nazioni europee con le loro forze armate nell’area di guerra di gaza? Il senso di impotenza è ormai soffocante e come tutte le forme estreme di “costrizione subita” genererà più o meno lentamente una violenza tossica che non potremo dire imprevedibile ma che non per questo sarà meno pericolosa.
Come ricorda il breve articolo de IPost, non è la prima volta che gli Stati Uniti hanno bloccato una risoluzione ONU per un cessate il fuoco «immediato, incondizionato e permanente» tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, ma nel marzo 2024 avevano maturato ragioni per l’astensione e poi per approvare una risoluzione in quel senso in giugno. Oggi quel percorso è interrotto e distrutto.
I post che girano sui social in cui si attaccano i paesi occidentali per i rapporti ancora saldi con lo stato di Israele, da una parte vogliono dimenticare i profondi legami tra questi e lo stato di Israele ( non il governo, lo stato di Israele ) dall’altra colgono nel segno denunciando la mancanza di decisioni concrete, operative, visibili e non equivoche da mandare al governo israeliano.
In un articolo di ANSA del 05.06.2025 si legge. ” Di fronte alle minacce di sanzioni, e alla decisione della Spagna di revocare un maxi contratto di armamenti, il ministero della Difesa israeliano ha fatto sapere che nel 2024 le esportazioni di armi da parte dello Stato ebraico hanno raggiunto un livello record di oltre 14,7 miliardi di dollari, con un forte aumento delle armi destinate agli Stati arabi del Golfo.”
Ah già, i fratelli arabi. I tanti e ricchissimi fratelli arabi. Lo so che non lo dovrei dire, che sono davvero scorretto e pericoloso, ma ogni tanto sogno i camion di aiuti umanitari a Gaza scortati da personale armato di una lega araba qualsiasi … ma forse sono sogni da guerrafondaio e ritiro tutto.
Concludo postando l’articolo di Arwa Mahdawi che mi ha provocato a scrivere, non dico di getto ma forse senza tutti gli elementi necessari per cercare di essere sempre serio e corretto. L’articolo apparso in copertina dell’Internazionale è un mix terribile di cose condivisibili e incondivisibili. Un mix di questo tipo lo accetterei comunque da chiunque viva in quell’inferno e dentro quel massacro. Se vivi negli Stati Uniti, se sei columnist del Guardian, pretendo molto, molto di più. La mia impotenza, la vergogna per la mia impotenza non la metto a disposizione di chiunque. Non è vero che “se siete in occidente, sta succedendo a vostro nome. Sta succedendo con i vostri soldi”, con una generica e offensiva affermazione che comprende le tasse che paghiamo tutti noi, quelle che paga Arwa negli Stati Uniti, quelle che guadagna il Guardian e quelle che arrivano ad Israele perché tardiamo a rimettere in discussione i nostri rapporti commerciali. E’ più vero che accade “con l’aiuto dei vostri leader” a cui da tempo chiediamo di agire, decidere in un contesto difficilissimo ma che chiede scelte coraggiose non rinviabili. E’ almeno imbarazzante che dica “Se siete statunitensi, i vostri rappresentanti eletti hanno fatto una standing ovation per questo genocidio”, vero ma quegli eletti sono figli di una tornata elettorale in cui quelli come Arwa non hanno saputo portare i cittadini americani sulle loro posizioni, anzi molti analisti dicono che i metodi ed il linguaggio del movimento pro – palestina ha avuto un impatto favorevole a Trump, sia per via indiretta sia perchè parte di quel movimento si è astenuto o disperso.
Non è vero infine che “Siamo tutti complici.”
Rompiamo questo muro di rumore assordante attorno al massacro del popolo palestinese, all’intento genocida che alberga nelle menti e nei cuori del governo Netanyhau e che ha guidato il delirio del 7 ottobre. Cosa possiamo fare di concreto, il prima possibile, dopo che l’ONU è stato bloccato e lo sarà ancora a discrezione statunitense?
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