Domenica 9 Giugno 2024

L’Europa e l’altro

Noi e la nostra guerra

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L’occidente e la sua tendenza a ridurre ogni diverso a sé stesso, pratica che condanna spesso ad essere sordi e ciechi di fronte alla realtà che non capiamo perché autoreferenziali.
Una sera, poche ore prima dell’invasione russa del 2022, ciechi e sordi di fronte a qualcuno che ragiona diversamente da te.
La guerra nella riflessione europea dopo il 1945, gli USA dopo la guerra fredda, dal furore alla violenza disastrosa della guerra in Iraq. La guerra e la violenza come unica legittimazione del potere per Putin. Dal 2006 al 2014, la guerra interna ed esterna è dichiarata, ma ancora non la vogliamo vedere.
ll modello europeo vero avversario e vero obiettivo della guerra russa.
Come ragionavano i soggetti politici europei. Come ragiona Putin.
La crisi delle democrazie occidentali e il grande movimento per la pace del 2003 che non c’è più.

Attorno al “pensiero unico” e alla presunta operazione di cancellazione delle differenze in una insopportabile melassa omogenea,  ci siamo indignati molto in questi ultimi anni. Si tratta di uno dei tanti fenomeni che accadono quando non lasciamo che dall’alterità sorga l’altro e lo riduciamo ad un universale già noto.

Di tale impedimento all’altro, l’occidente non è titolare esclusivo ma ha fatto di tutto per esserne il volto più conosciuto. Non ripercorriamo ora quel tragitto nel quale l’europa ha pensato sé stesso come universale, l’umanità stessa: prima c’era l’Europa, poi il mondo centrato sull’Europa e quindi quello che ora chiamiamo “occidente”, slittamento terminologico significativo.

Noi in questo momento vogliamo solo riflettere su quel processo di rappresentazione dell’alterità che ci renda frequentemente sordi e ciechi, incapaci di capire ciò che ci sta di fronte.

Quarantotto ore prima dell’ingresso dell’armata russa nel territorio ucraino attraverso il confine orientale (non quello meridionale attraversato nel 2014, otto anni prima l’altro aveva già agito e detto), mentre da settimane le fonti USA dicevano che si stava preparando un’imminente invasione dell’Ucraina, all’ora di punta della comunicazione televisiva italiana, il più conosciuto e osannato esperto di questioni geo – politiche, notoriamente euro – scettico e filo – americano, si macerava chiedendosi come mai gli Stati Uniti ingigantissero così gli eventi, perché mai volessero allarmarci quando era impossibile che il governo russo facesse quanto gli americani dicevano: era irrazionale e autolesionista solo pensare che la Russia invadesse l’Ucraina con una operazione militare d’altri tempi!

Cosa stava accadendo? Un esempio di sordità e cecità autoindotta. Non vedi quello che fa, non ascolti quello che dice, perché vedi e senti solo quello che “ti” dici!

Quella autoreferenziale rappresentazione della realtà, si sta perpetuando ancora nel contesto generato dalla guerra.  Parte della pubblica opinione e del ceto politico europeo continua a non vedere la guerra russa, l’invasione russa cominciata nel 2014. Non la vede perché ciò che è illogico (per noi) non è possibile e quindi non esiste (in sè). Di conseguenza davanti alla guerra russa, ci chiediamo perché “noi” abbiamo provocato la guerra, perché noi facciamo la guerra, perché noi proseguiamo la guerra, dove noi vogliamo portare questa guerra. Noi, l’unico soggetto ammesso nel nostro mondo autoreferenziale. Noi e la nostra guerra.

E l’altro? Per l’altro la guerra non è un’eredità residuale del secolo passato, eredità già profondamente messa in discussione, in particolare in Europa dopo le due guerre mondiale e nel quadro modificato dalle bombe atomiche. Lo stesso sistema del diritto internazionale ha visto modifiche importanti negli anni successivi al 1945 rispetto al tema della guerra e della pace passando dalla piena legittimità della guerra al suo bando, limitato da casi particolari.

Per Putin la guerra è la relazione su cui si fondano i rapporti tra gli esseri umani e tra i popoli. La guerra, cioè la violenza e la prevaricazione del più forte, è l’unica fonte di legittimità del potere, prima nelle comunità etnicamente costituite (questioni interne), poi tra le comunità etnicamente costituite (questioni internazionali). Questo significa che il gruppo dirigente russo opera secondo categorie politiche altre rispetto a quanto maturato in Europa nel corso del secondo dopoguerra e dopo la fine della guerra fredda.

Diverso anche quanto maturato negli USA dopo la fine della guerra fredda. Ad una prima fase di presunto trionfo di un cosiddetto modello unico, è seguita la grande scossa generata dagli attentati dell’undici settembre, la sostanziale crisi di leadership americana che, in un apparente contesto monopolare, li ha condotti al terribile errore, ancora oggi non recuperato, dell’invasione e dalla guerra in Iraq nel 2003. Proprio la guida monopolare mondiale dichiarava il carattere marginale del diritto internazionale e dei suoi organismi, metteva in scena uno spettacolo deprimente per la sua pochezza (le bugie in diretta televisiva di Colin Powell) il cui messaggio collaterale era che in sostanza la forza del predominio militare, la violenza, legittimava ogni decisione, Tutto questo contro milioni di manifestanti nel mondo.

In quegli anni ancora Putin pensava di ricostruire la potenza russa in un contesto di potere condiviso con l’occidente, entra infatti a far parte del G8 anche se non parla più di entrare nella NATO. Nel 2006 la violenza interna non è più camuffata e viene uccisa Anna Politoskaya che continuava, come l’ex agente segreto Litvenko, a minacciare la legittimità del potere di Putin attraverso la divulgazione della verità sul 1999, cioè sulla violenza istituzionale, con tanto di attentati preparati dai servizi segreti, che portano al massacro ceceno, al trionfo del Presidente e al famoso discorso in Tv sui terroristi rincorsi fino nel cesso. Dal 2008 al 2012 prudenze costituzionali spingono al vertice delle istituzioni un presidente fantoccio, ma tutto riparte nel 2014 con la guerra all’Ucraina.

Il vero avversario non è militare, certo non la NATO o i suoi missili, il vero avversario è il modello europeo della “libera adesione”. Il modello culturale, morale e politico di relazioni liberamente costruite e volute, liberamente reversibili. Il modello della alternanza al potere nel rispetto della divisione dei poteri, il modello fragile, faticoso della democrazia. Il modello in cui le minoranze non sono una rottura dell’identità ma una garanzia di reciproco rispetto, quello che valorizza le esperienze religiose ed il loro contributo pubblico alla comunità senza sovrapposizioni, quello in cui con sofferenze e difficoltà le donne stanno cstruendo una società fondata sulla libera e reversibile adesione, dove un sì è un sì e un no è un no. Putin sbeffeggia volutamente il diritto di voto mettendo in piedi scadenze elettorali con partiti fantoccio, opposizioni concordate e avversari uccisi o in prigione, ma non può sbeffeggiare il modello della libera adesione rappresentato dall’Europa. Ha cercato di farlo in Ucraina e Bielorussia, ma la sudditanza imperiale di cui ha bisogno non può permettere a quel modello attrattivo di infiltrarsi nel mondo cirillico e dell’ortodossia moscovita.  Solo la guerra garantisce il modello imperiale su basi razziali, centralità russa e minoranze sociali perifiche.

Ecco, nella ferita e nel caos aperto nel 2003, si è inserito un soggetto politico che fonda su violenza e guerra ogni relazione politica. Possiamo fare i sordi e i ciechi, ma poi assistiamo a cose come quella allucinante scena in tv ventiquattro ore prima del 22 febbraio.

L’Europa, intesa come stati nazionali istituzionalmente associati, perché ancora non esiste una politica estera e di difesa della UE, ha seguito in questi anni proprie radicate categorie politiche. In primo luogo la convinzione del primato della economia da cui ogni altra cosa consegue (caro Marx). Se le strutture economiche e produttive di una società si inseriscono nel mercato internazionale e si uniformano al principio della libertà di uomini, capitali e merci, di conseguenza, prima o poi, l’intero sistema  si convertirà alla sua forma fondamentale, anche la politica anche la cultura. La gloriosa ost – politik aveva sostituito il dialogo alla esclusione proprio nella ferma convinzione che la superiorità della forma occidentale avrebbe abbracciato l’interlocutore e lo avrebbe spinto a condividere interessi e vantaggi reciproci in una rete irrinunciabile. Da qui la reciproca dipendenza dal gas voluta da Merkel: era un investimento sullo sviluppo tedesco a costi stracciati, ma era anche un investimento politico sulla inclusione, almeno materiale, della Russia in uno scambio tra pace e sviluppo (o business, che non è la stessa cosa, ma va beh!).

Ma l’altro ha una storia e una identità diversa (e per questo spesso affascinante). Altre le categorie politiche del nazionalismo russo, prima zarista e poi sovietico che hanno dato le categorie  che il “furore” successivo al caos russo degli anni novanta stava cercando. Ancora un “furore” profondo che poteva andare in molte direzioni e che è stato strategicamente manipolato dagli apparati di potere più radicati. In fondo bastava ascoltare, bastava leggere e farsi raccontare, bastava non ridurre tutto alle nostre categorie domestiche.

Cecità europea, italiani inclusi.

In realtà dobbiamo ammettere che un preciso e circostanziato soggetto politico altro rispetto all’onnipotente occidente ha deciso dopo il 2006 e con particolare evidenza dal 2014 che il percorso postbellico delle democrazie liberal – democratiche era obsoleto e ormai parte del passato, che il diritto internazionale e le sue istituzioni potevano essere ulteriormente sbeffeggiate invadendo la Crimea con un esercito privo di mostrine e simboli di identificazione ( come si aggirano le vostre regolette internazionali! ). La guerra avrebbe ridimensionato la supponenza europea sostenuta da un benessere economico sproporzionato alla tempra di popoli orfani dei valori tradizionali, giunti alla fase terminale del loro declino ben rappresentato dai movimenti dei diritti LGBT+. Rammolliti da libertà e diritti della persona, ciechi sulla debolezza strutturale del sistema democratico facilmente manipolabile e condizionabile. Infine distratti di fronte alla profonda crisi della democrazia americana successiva agli attentati terroristici e all’ubriacatura securitaria e identitaria dettata dal “furore”. La guerra per quella lettura e quelle categorie non era insensata, era pronta.

Con tutti i loro errori e le loro colpe, non sono gli Stati Uniti e non è l’Europa il responsabile del ritorno della guerra di conquista territoriale. Ora la guerra è una domanda a cui dobbiamo dare una urgente risposta. Per primi le donne e gli uomini ucraini ma insieme tutti noi.

In questo nuovo quadro che ci è stato imposto, quelli che avevano provato a far funzionare la democrazia attraverso la capacità di mobilitazione delle pubbliche opinioni democratiche nel 2006 ed erano stati sconfitti dalla cecità anglo – americana e dalla debolezza politica dei governi europei, quelle donne e quegli uomini oggi li si sta cancellando dal quadro politico.

Quelle erano le piazze non di una generica e retorica pace, ma erano un movimento consapevole per un ordine internazionale condiviso, concordato, contro la cecità di chi ci stava preparando il disordine conseguente alle guerre del furore americano. Oggi invece si possono continuare a definire pacifisti, a utilizzare parole e simboli di quel movimento, solo coloro che si sono rifiutati, o si rifiutano o si apprestano a rifiutare il sostegno alla resistenza armata ucraina.

Perché? Perché la guerra divide, spacca, impedisce i processi di costruzione politica, del riconoscimento e della mediazione attiva. La guerra impone sé stessa e uniforma a sé l’agire collettivo e il sentimento diffuso. Noi del novecento sappiamo cosa accade quando la guerra viene imposta come spartiacque, anche se non l’abbiamo vissuta l’abbiamo sentita come eredità, come aria pesante, l’abbiamo combattuta, l’abbiamo allontanata e messa ai margini con anni di impegno culturale e politico, perché sappiamo la sua capacità di costringere tutti nelle sue categorie della sottomissione e dell’obbedienza. Ora ci è stata di nuovo imposta e già ha lacerato quel movimento, i suoi obiettivi politici e aggredito ognuno di noi.

Forse è inutile opporsi a tanta lacerazione perché la guerra e il suo appello alla divisione identitaria è più forte di ogni politica; quei pacifisti sconfitti ma forti e lungimiranti erano milioni in centinaia di città, oggi sei pacifisti solo se leggi la politica internazionale come il regno “del complesso militare americano”: ogni altro pensiero non è ammesso. Oggi ci sono ancora i pacifisti, ma è morto il movimento per la pace grande, largo, assetato di libertà e giustizia, in difesa ferma della libera adesione ed autodeterminazione.

La crisi che da tempo attraversano le società e democrazie occidentali è certo profonda ma  la lacerazione di quel movimento, di quelle pubbliche opinioni democratiche e pacifiste, è un obiettivo particolarmente importante per qelle autocrazie nazionaliste, spesso con mire imperiali, che stanno crescendo nel mondo in terribile sintonia con le derive autoritarie e nazionaliste che crescono nelle nostre democrazie.

Massimo Cellai

12.05.2024


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