Cercare di comprendere è sempre un processo che richiede metodo e pazienza.
Il risultato non è scontato, cioè non è detto che riusciamo a descrivere bene gli eventi e a ipotizzare i nessi causali che spiegano la complessità. Ma ci proviamo sempre, in particolare di fronte agli eventi politici che sono per eccellenza il frutto del fare umano, complesso certo, ma appunto a noi uomini e donne pienamente attribuibile a da noi stessi comprensibile.
Capire la realtà presente non è neppure garanzia di previsione della realtà futura.
A chi chiede quale legislatura europea ci attende, proponiamogli di tornare a quando è cominciata la legislatura europea 2019/2024 e ai progetti che avevamo formulato: la GB doveva ancora ratificare la sua uscita dalla UE ed avviare il periodo di transizione, Trump era nel pieno del proprio mandato presidenziale e nel laboratorio politico Italiano era in carica il governo giallo – verde, sovranista (si diceva) a trazione leghista e ambizione “ai pieni poteri”. Sette mesi dopo, l’Europa era sconvolta dalla pandemia e da una crisi economica, sociale ed emotiva che pioveva sulle macerie di quella del 2008, due anni dopo l’esercito russo occupava l’Ucraina ed entrava a Kiev. Dai programmi alla realtà, questo è uno dei compiti più difficili della politica e credo che dovremo ancora riflettere molto sull’importanza di quanto fatto nelle istituzioni UE in questi cinque anni.
Intanto partiamo dai dati elettorali, sia quelli complessivi che determinano la composizione del Parlamento Europeo, sia quelli delle singole ventisette nazioni. “Politico” ci permette di cliccare su 2019 e 2024 per il Parlamento europeo e di espandere le singole finestre nazionali con un quadro preciso ed esaustivo
https://www.politico.eu/europe-poll-of-polls/european-parliament-election
Facciamo un primo breve tentativo di descrizione della composizione del Parlamento europeo scaturito da flussi elettorali, diversi nelle singole nazioni e in alcuni casi tra loro anche contrastanti.
Il gruppo dei “partiti non affiliati” aveva 57 deputati nel precedente mandato, di cui ben 14 italiani del M5S mai confluiti in un gruppo per varie ragioni che partivano dalla loro refrattarietà alle famiglie politiche europee e arrivavano ai ripetuti rifiuti ricevuti dalle stesse famiglie quando loro hanno avanzato richiesta di affiliazione. Per ora vengono indicati in 100 i deputati non affiliati, ma siamo in una fase molto precoce e sapremo solo tra qualche mese la reale entità di questo non – gruppo i cui numeri sono di una certa importanza sia per la formazione di una maggioranza sia per il funzionamento del Parlamento stesso che proprio sulla affiliazione poggia una buona parte della capacità operativa dei deputati stessi.
La “valanga nera” dell’estremismo di destra (ma quanti minuti impiegano quelli de La Repubblica prima di decidere titoli di livello così basso? ) ha comportato 4 seggi in più per i conservatori, (il balzo in avanti di FdI, da 5 a 14 seggi, è stato compensato da altri arretramenti) e 9 seggi in più per ID ( di cui 7 guadagnati da Bardella in Francia) cui devono essere aggiunti i 6 in più di AfD, che ha 15 seggi e viene conteggiata oggi nei non – affiliati perché la Le Pen li ha espulsi a pochi giorni dal voto ( le dichiarazioni nazionaliste dei tedeschi disturbavano le ambizioni nazionaliste dei francesi. Cose tra nazionalisti ). Quindi i neri salgono di almeno 19 seggi.
Il Partito Popolare aumenta di 10 seggi e oggettivamente è il partito che ha contrastato con buon successo l’avanzata della estrema destra., Non solo ha resistito alla dichiarata intenzione delle estreme di sottrarre al PP voti e seggi spostando gli elettori moderati verso destra, ma addirittura ha saputo rilanciare la propria forza politica.
Il crollo dei liberali centristi di Renew è impressionante nei numeri. I 23 seggi in meno vengono dai meno dieci di Macron, dal suicidio dell’area italiana che poteva portare sette seggi e ne porta zero, ma da un arretramento più generale che vede elettori centristi di Renew spostarsi a sostenere il PP o comunque essere vittima di questo più generale spostamento a destra che percorre l’Europa politica.
La crisi della sinistra europea si concretizza sia nei quattro seggi persi dal Partito Socialista Europeo che nel crollo dei Grünen (meno 18). Se pensiamo che i socialisti francesi sono risorti con Raphaël Glucksmann prendendo 10 seggi in più rispetto al 2019 e il PD italiano è avanzato di due seggi, il quadro di arretramento dei socialisti nel resto di Europa è comunque innegabile.
La situazione tedesca è di particolare preoccupazione. Nel 2019 socialisti e verdi prendevano 16 e 25 seggi , oggi ne raccolgono 14 e 16. La crisi elettorale dei Verdi merita grande attenzione. Dobbiamo capire se è determinata soprattutto da alcuni passi falsi decisivi nei provvedimenti del governo tedesco dove, a intransigenza comprensibile hanno in alcuni casi unito scarsa attenzione nella formulazione dei provvedimenti verso la riconversione economica, o se è la più complessiva proposta politica dei Verdi del Nord che sta entrando in crisi.
Alla pagina di “Politico” è possibile unire questa pagina UE che permette di muoversi con grande facilità e ricchezza di dati nazionali. In alto a destra si sceglie la nazione e a sinistra si sceglie la tornata elettorale europea
https://results.elections.europa.eu/it/risultati-nazionali/germania/2024-2029
Con i dati in mano e una conoscenza maggiore di quello che è accaduto mi auguro ci sia la voglia di avviare subito una discussione politica sul presente e sul futuro dell’Europa. Una discussione ed una attenzione da parte di tutti i soggetti politici italiani, nazionali e locali, partiti e movimenti.
Se invece molti si ricordano delle istituzioni e della politica europea solo quando si avvicina la scadenza elettorale, non stupiamoci se l’affluenza italiana crolla sotto il cinquanta e l’apprezzamento degli italiani per l’Europa è in diminuzione costante ed ora ci pone tra i paesi più scettici e freddi. La politica, dicevamo all’inizio, la facciamo noi, donne e uomini di questo tempo, e, in quota parte, prendiamocene la responsabilità.
Parafrasando Shakespare, si potrebbe dire: tanto rumore per nulla. Nessuno sfondamento delle destre; la temuta bufera si è manifestata solo come una fastidiosa brezza.
Vero, le formazioni di destra hanno avuto successo nei due principali Paesi Europei, Germania e Francia – e non solo – ma il guadagno, a Strasburgo delle due principali correlative rappresentanze parlamentari, quella dei conservatori con l’ECR e quella di Identità e democrazia resta relativamente contenuto; guadagnano, salvo errori, solo 13 seggi. Cifra assai modesta soprattutto se si tiene conto che mentre il vecchio Parlamento contava 705 membri, ora il numero è di 720.
Il dato inoppugnabile che deve risultare chiarissimo è che la prima forza politica era e resta il Partito poplare europeo, che ha già chiarito di non ricercare accordi con le formazioni di destra ed, in particolare, con Identità e democrazia nel cui gruppo va a confluire la AFD tedesca. Il partito polare è andato molto bene anche in Polonia che fino a qualche fa era l’emblema del sovranismo in Europa.
In Europa da sempre governa la “Grande colazione”, l’alleanza politica tra popolari, socialisti – che restano, comunque, la seconda forza; hanno perso un niente, solo due seggi – e i liberali di Renew Europe, e questa alleanza si ricristallizzerà nuovamente in occasione della prima seduta in cui ci sarà da votare il Presidente della Commissione con tutti i commissari, cioè il governo dell’U.E. (anche se su alcuni particolari temi si dovessero occasionalmente raggrumare diverse maggioranze).
La peggiore prestazione delle formazioni della “Grande colazione” resta quella di Renew Europe a cui ha contribuito anche, per l’Italia, la più che pessima scelta di far concorrere due formazioni: Azione e Stati Uniti d’Europa, divise soggettivamente su tutto tranne che oggettivamente sui programmi (!) e che, con un’unica lista, avrebbero garantito il raggiungimento della soglia ed un non trascurabile numero di eletti. Ma il nostro resta il Paese degli insanabili e perdenti particolarismi.
Ad ogni modo, il totale della Grande Coalizione nel precedente Parlamento aveva il 59 % dei seggi ed, in quello attuale, un più che abbondante 55 %.
È cambiato pochissimo.
Chi ne sa più di me dice che ci sono tornate elettorali che modificano il quadro generale ed altre che non lo fanno ed è vero che questa tornata fa parte delle seconde, ma purtroppo on condivido il tono di fondo: le destre, tante e diverse, che stanno avanzando da anni in tutta Europa e che hanno avuto nella guerra un ulteriore spinta, non è “una fastidiosa brezza”. Gli equilibri nel Parlamento europeo sono cambiati più di quanto ci facciano vedere i primi numeri. Le due formazioni di estrema destra sono cresciute di 19 seggi se contiamo AfD e il conto cambierà di molto quando molti dei seggi ora tra “i non affiliati” sceglieranno proprio questi gruppi. Quello che sta accadendo in Francia e Germania sarà decisivo. Il laboratorio politico italiano ha dato la scossa per primo con le ultime elezioni e la nuova leadership Meloni. Ora traballa l’area dei Repubblicani francesi e la rinascita socialista, tutt’altro che inaspettata, non sappiamo ancora quanto vale e come il suo potenziale veràà sfruttato. La partita interna alla CDU/CSU tedesca è tutta da ri – giocare. Temo che la lettura continuista del voto europeo sia affrettata. E questo se ci fermiamo al quadro istituzionale. Il problema politico culturale della democrazia europea è molto più profondo.