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“Presidente Meloni, lei è una persona intelligente: e quindi le chiedo, ma davvero, davvero, davvero pensava che l’Europa fosse pronta a prenderla sul serio con una Fiamma nel simbolo? Davvero? Beh, Presidente, glielo dico io: no. L’Europa è stata concepita per gettare sabbia bagnata sulle braci di quella ripugnante fiamma. E se davvero vuole entrare nel salotto buono dell’UE, dia retta, tolga quella schifezza dal suo simbolo.” Luciana Grosso
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Di cosa stiamo parlando? Della doppiezza in politica. La doppiezza esibita da quella fiamma ogni giorno, ogni minuto. Doppiezza che la storia della destra italiana degli ultimi trenta anni non ci aiuta a cogliere in tutta la sua insopportabile gravità, inquinando ancora di più una politica italiana già in profonda crisi sul paino della selezione della classe dirigente, sul piano del radicamento e della rappresentanza sociale, sul piano della leadership e più in generale della credibilità.
Il lungo e travagliato percorso politico avviato dopo il 1989 dalla politica italiana verso partiti e un quadro politico complessivamente rappresentativo degli italiani e capace di realizzare i compiti previsti dalla Costituzione, non è ancora concluso e compiuto. Il nostro è un tempo in cui la parola “verità” appare ora pesante ora inutile, ma soprattutto è ritenuta troppo spesso dannosa al consenso. Questo nostro tempo non spinge politiche e politici a scelte coraggiose in termini di coerenza e trasparenza. Una cosa è certa, quella fiamma è servita per rifiutare il percorso avviato dal PdL, la condanna del fascismo come male assoluto e l’obiettivo di una destra italiana ed europea che chiudesse definitivamente con ogni aspetto di quella storia e di quella identità.
L’alta marea dell’elettorato di destra, che ha prima innalzato e poi dichiarato inadeguati Forza Italia e la Lega, ha consegnato la leadership a quel gruppo dirigente che, di fronte alle difficili scelte di questi anni, ha ripetuttamente rifiutato di staccarsi da quella fiamma. Passaggio non da poco, snodo difficile nel nostro fragile e pericoloso quadro politico, ma a suo modo laboratorio politico europeo.
Hanno scelto la doppiezza. Hanno scelto la contraddizione drammatica tra le parole da offrire in pubblico e quelle da dire tra i propri, tra le parole da consegnare alla politica politicante e quel simbolo a smentirle ogni giorno. Perché la doppiezza è cosa ben diversa dalla necessità di allargare il consenso sociale ed elettorale, esigenza tipica delle competizioni democratiche in cui si deve conquistare la maggioranza dei cittadini. Il PD a vocazione maggioritaria fu schiacciato simbolicamente sul “ma’anchismo” da un’Italia e una sinistra abituati ad una complessa identità fatta di prassi interclassista e un vocabolario di classe. Si trattava di un progetto politico sedimentato, lungamente discusso, trasparente e democratico, che imponeva coerenza tra prassi, parole e protagonisti sociali.
Doppiezza è invece andare nella direzione opposta, proporre una identità politica consapevolmente contraddittoria, non con il solo intento di massimizzare i consensi ma con l’obiettivo di rendere opaco il progetto politico, di assecondare forme verbali e comportamentali ridotte a quel “politicamente corretto che vi diamo se questo è necessario”, mantenendo fermi i messaggi identitari contraddittori con quelle forme e continuamente confermati e ribaditi in ogni occasione ed in ogni contesto comunicativo non strettamente formale.
Ci ripetono sociologi ed esperti della comunicazione che il nostro tempo è il tempo delle menzogne. Capiamoci. Non credo che le menzogne siano aumentate o abbiano rimpiazzato il bisogno di verità di cui parliamo continuamente. Credo invece che questa sensazione di vivere in un contesto dominato dalla menzogna sia determinato dalla legittimazione, normalizzazione, della menzogna. E’ normale che per rimorchiare tu menta, è normale che per vendere lui menta, è normale che per i miei interessi io menta, è normale che l’apparire sostituisca l’essere, è normale che percepisca la realtà virtuale come menzogna e la realtà fisica come la sua conseguenza, è normale che per sconfiggere l’avversario debba mentire, è normale che per conquistare il governo menta e per mantenerlo menta e menta.
La vecchia domanda dei filosofi “se e come l’apparenza riveli o nasconda la realtà” è obsoleta (così Putin ha definito la democrazia) perché l’apparenza è legittimata a sostituirla senza nessun obbligo di intrattenere con la realtà un rapporto di coincidenza o di ricercata adesione o almeno di fuga asintotica, semplicemente può mentire fino a prova contraria, fino al crash psico – fisico, fino alla morte. In questo regno dell’apparenza sostitutiva, la menzogna più pericolosa non è più quella che manipola dati, contenuti, informazioni, ma quella che mente su di sè, che si veste come l’altro, che sbeffeggia ciò di cui fa la parodia, ora mente in maniera legittima e corretta per distruggere sotto “mentite” spoglie.
Un tempo c’era il paradosso della libertà, tanto discusso e che aveva i suoi riferimenti storici nella prima metà del novecento: la libertà coerente con sé stessa è indifesa perché non vuole per principio limitare la libertà dei suoi nemici. Oggi è tutto diverso, oggi siamo al tempo del “paradosso del vero amico”: chi assalta il parlamento lo fa in nome della vera democrazia, l’ultimo europeista arrivato tra di noi è quello vero anche se aveva sempre chiesto di distruggerla, l’ultimo nemico del razzismo e del suprematismo “de noartri” è chi esibisce il simbolo storico del razzismo e del nazionalismo suprematista.
Non è un trucco come gli altri, non è solo l’estensione alla politica della italica tradizione dei furbetti e degli astuti, è sostituire la trasparenza pubblica del conflitto democratico con la doppiezza pubblica per rendere opaca e inquinata la democrazia. Avete presente quando qualcuno ti dice qualcosa sorridendo e strizzando l’occhiolino ? Ecco, la democrazia è un’altra cosa.
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