Europei alla ricerca dell’Europa, ci ha detto ieri Michele Serra.
L’Europa libera e unita come un sogno possibile, per il quale vale la pena di mettersi in gioco e andare in piazza, nonostante le difficoltà, gli egoismi, le inerzie, i ritardi imperdonabili accumulati in questi anni.
Abbiamo scritto nel nostro Appello lucchese
Sventolare quella bandiera blu dalle stelle dorate perché è quanto hanno saputo costruire due generazioni diverse e che in questi ultimi venti anni ha perso tempo, ha perso occasioni, ha visto avanzare nazionalismi e nuove miopie.
Ora dobbiamo scendere in piazza e farsi sentire in politica, proprio perché l’Europa è così imperfetta, debole e divisa,
Ma c’è altro da dire.
L’Europa che c’è sta anche commettendo errori, sta usando un linguaggio inadeguato e, di fronte a profondi cambiamenti, appare anche confusa.
Era obbligatorio arrivare con questa Europa a questo drammatico passaggio? No, la Difesa Comune doveva essere avviata da tempo, almeno dal 2014, le politiche sociali e del lavoro dovevano oggi essere ad un livello di coordinamento più alto, accanto alla libera circolazione degli uomini, delle merci e dei capitali.
Ma questa è l’Europa costruita con il contributo dei cittadini europei. Quei cittadini europei che sono presenti nel Parlamento europeo attraverso i partiti cui scelgono di dare il consenso. Si chiama democrazia rappresentativa e le istituzioni europee sono state costruite in quella direzione: dal nucleo dei governi fondatori seduti nella CECA alle prime elezioni parlamentari a suffragio universale tra il 7 e il 10 giugno 1979.
It’s democracy, baby! Quando diciamo che l’Europa è la democrazia, intendiamo quella cultura, quelle istituzioni politiche fondate su libertà, divisione dei poteri e giustizia sociale che, in quanto tali, sono fragili non deboli, plurali non monocratiche, lente non decisioniste, fondate sul confronto non sull’imposizione. Nella UE si chiede di entrare, per libera adesione, si può uscire, per libera adesione.
Lo spirito di questo nostro tempo sembra volersi alimentare solo di forza e potenza. Non sopporta la fragilità, non sa che farsene delle diversità, idolatra la velocità e la necessità al posto della mediazione e della libertà. Quindi pensa che la democrazia sia costituita da una serie di riti obsoleti e sciocchi facilmente sostituibili da altri strumenti che magari ne fanno la parodia.
Non tutto il nostro tempo è così, ma la transizione verso la democrazia in Russia è fallita e il regime attuale si presenta come il recupero virtuoso della potenza autocratica zarista e stalinista che deride le fragili democrazie: Negli USA 77 302 580 di cittadini (49,80%) contro 75 017 613 (48,32%) hanno scelto Trump consapevolmente e come punto di arrivo di un lungo cammino post – undici settembre.
Le istituzioni europee sono il vero avversario e la concreta alternativa allo smantellamento dello stato di diritto come modello nazionale, del diritto internazionale e delle istituzioni sovranazionali.
Metto a disposizione due fonti di riflessione. Lo faccio a distanza dalla pubblicazione dell’originale.
Prima “Lo schiaffo e la bandiera” di Fabrizio Tessieri del 02 marzo
comparso su APPUNTI di Stefano Feltri, cui spesso rimando per i contenuti preziosi.
“Fatto sta che se ci fermiamo un attimo a pensare, lì fuori è ancora tutto uguale, per ora, perché pezzo dopo pezzo, stella dopo stella, con tanti errori e occasioni mancate, anni fa qualcuno, noi, abbiamo iniziato a cucire una bandiera da mettere accanto a quelle che tiriamo fuori ogni tot per un qualche campionato di calcio. Una bandiera che sono Mitterand e Kohl che si tengono per mano a Verdun. Per esempio.
Allora, forse, perché lì fuori continui a restare tutto uguale o magari migliori anche un po’, un passo dopo l’altro, è ora di prendere in mano e sventolare quella bandiera blu con le stelle dorate.” Fabrizio Tessieri
Ora il contributo di Michele Serra comparso martedì 10 su Repubblica,
Europei in cerca di Europa
di Michele Serra
La Repubblica 11 marzo 2025
Europei in cerca d’Europa. Potrebbe essere questo il titolo della manifestazione del 15 marzo a Roma. Perché più la piazza sarà piena, più farà pensare al vuoto di rappresentanza che è il motore emotivo (prima ancora che politico) dell’incontro. Vale la pena rifarne, molto in breve, la storia. Tutto è nato in modo decisamente insolito, e quasi stravagante. Ma anche: non equivocabile. Da cittadino ho percepito, come tanti altri, il sentimento di solitudine e di spavento di molte persone, atterrite da un quadro mondiale dominato dalla forza bruta, quella che non conosce altra legge al di fuori di se stessa. Siccome il mio mestiere è scrivere, l’ho scritto, e mi sono chiesto se, stretti tra Putin e Trump, non fosse l’ora di scendere in piazza per chiedere all’Europa di esistere non solamente come entità burocratico-economica, ma anche come soggetto etico-politico, così come sta scritto nelle sue carte fondative; di accelerare il suo lungo (troppo lungo) cammino federativo e trans-nazionale; di parlare a voce alta usando il proprio linguaggio senza lasciarsi assordare dal fracasso delle armi. Senza lasciarsi umiliare dalle minacce e dal dileggio che arrivano in stereofonia da Est e, dopo l’insediamento di Trump, anche da Ovest. Sono arrivati moltissimi messaggi di adesione, così tanti che mi sono sentito in dovere di insistere: proviamo a farla, dunque, questa manifestazione. E ai singoli cittadini, ai quali era ed è diretto l’appello a ritrovarsi in piazza in quanto europei, o meglio aspiranti europei, si sono poi aggiunti associazioni, partiti, sindacati. E soprattutto, fin dal primo momento, i sindaci di molte città italiane, che hanno colto l’intenzione civica, prima ancora che politica, della piazza, e l’hanno fatta loro: sentirsi cittadini europei non solo come protezione e appiglio, anche come identità democratica da sventolare, da opporre al subbuglio bellico, e neo-imperiale, che minaccia di travolgerci. Venite con la bandiera europea, abbiamo chiesto. Niente simboli di partito, per cortesia. Una piazza blu a stelle gialle che domandi, e si domandi: noi siamo qui, dov’è l’Europa che vorremmo? Dei valori europei, scritti in quel prodigioso abbozzo liberal-socialista che fu il Manifesto di Ventotene e poi sanciti, con quasi incredibile ritardo, solo sessant’anni dopo nella Carta di Nizza (carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) si conosce il nome. Pace, libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, diritti civili, democrazia — quest’ultima parola, in tempi recenti, piuttosto dismessa, parecchio dimenticata, come se fosse diventata un’abitudine scontata e non la prima ragione di orgoglio dei popoli europei e dell’Unione, in un mondo nel quale la democrazia, sarà bene ricordarcene un poco più spesso, è complessivamente in ritirata non solamente come cultura, anche come prassi politica. Perfino laddove, incredibile ma vero, la consideravamo inestirpabile. Nel paese di George Washington e di Abraham Lincoln. Di quelle carte fondative noi possiamo dire la stessa identica cosa che spesso, da molti anni, diciamo della Costituzione italiana. Dicono cose bellissime, disegnano un tracciato virtuoso e coinvolgente, ma non siamo stati capaci di metterne in pratica i princìpi se non in minima parte. Se la bandiera europea, fin qui, ha evocato ben poche emozioni, è per questa tremenda fatica dell’Unione Europea di incarnarsi nei suoi presupposti post-bellici, che sono, nella loro sintesi più estrema, mai più guerra, mai più dittatura. Dunque pace e libertà. Per le strette che la storia impone, sappiamo bene che è faticoso e difficile tenerle insieme, la pace e la libertà. Tanto è vero che, nella serrata discussione di questi giorni, qualcuno ha detto: prima la pace. Qualcun altro ha detto: prima la libertà. Ma “Europa” vuol dire, sia pure nell’empireo dei princìpi, che le due cose non possono che stare assieme, perché l’una senza l’altra non può esistere. Non c’è libertà sotto le bombe, e la pace, senza la libertà, è solo una truffa, come quella che Trump e Putin stanno architettando oggi sulla pelle degli ucraini, domani sulle macerie di Gaza, dopodomani chissà. Credo che nessuna delle persone che saranno in piazza a Roma ignori l’impossibilità di tenere scissi questi due concetti; e al tempo stesso l’enorme difficoltà di farli coesistere in un progetto politico condiviso. Credo che nessuna delle persone che saranno in piazza ignori che la risposta armigera formulata da von der Leyen cozzi tristemente contro i valori fondativi dell’Unione Europea. E al tempo stesso, trascuri la necessità di una difesa comune europea che avrebbe dovuto essere pensata e messa in campo dieci (venti? trenta?) anni fa, ma è l’oggi che ci costringe a discuterne. A chi osserva che la piazza di Roma nasce su basi troppo ingenue, perché troppo allargate, troppo plurali, e rischia di contenere persone che hanno idee molto diverse a proposito di molte e importanti questioni, faccio osservare che una piazza europea non può che essere dialettica, perfino contraddittoria, perché così è la democrazia e così è l’Europa. Quanto all’ingenuità, la rivendico. Anche etimologicamente, indica ciò che nasce da dentro, che è semplice e iniziale. Il contrario della rassegnazione e del cinismo, che sono i vizi della decrepitezza. Lo ha detto bene Gustavo Zagrebelsky: “Ben venga una manifestazione pre-politica che, per ora, lasci in secondo piano la divisione e serva come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni. Le frustrazioni, quando fanno massa, possono perfino trasformarsi in qualcosa di positivo, di tonico”. Grazie a chi verrà, grazie a chi non verrà. Un poco di tolleranza reciproca farebbe parte, eccome, di una ritrovata anima europea.
Grazie a chi verrà, grazie a chi non verrà. Un poco di tolleranza reciproca farebbe parte, eccome, di una ritrovata anima europea
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