Martedì 23 Luglio 2024

Dall’anno elettorale 2024, luglio: cosa succede in Europa.

Ci sono giornalisti o podcaster che quando parlano troppo a lungo di vicende elettorali si scusano, pensano di annoiare il pubblico che dopo aver saputo chi ha vinto e chi ha perso vuole parlare d’altro.

Sabato 20 luglio ci siamo incontrati con l’obiettivo opposto: andare oltre alle informazioni su chi ha vinto e chi ha perso nelle ultime scadenze elettorali in Europa e provare a capire cosa sta accadendo, quali fenomeni sociali e culturali di breve, medio e lungo periodo ci possono aiutare a capire questi decisivi passaggi politici. Infine, capire se tutto questo ci interpella e ci chiama ad agire. Un inizio, in pieno luglio, che mi auguro prosegua con altri approfondimenti.

In un mese e mezzo siamo passati dal voto per la elezione del Parlamento dell’Unione Europea al rinnovo della Camera Bassa in Gran Bretagna per passare infine alle legislative francesi convocate improvvisamente dal Presidente dopo l’esito delle europee.

Antonio Floridia ci ha dato in primo luogo una lezione di metodo. Floridia aveva sostenuto in un articolo del 3 luglio che il risultato del primo turno francese era molto aperto e che l’esito del secondo turno poteva essere distante dalle previsioni più diffuse. Perché questa lettura in controtendenza? Perché i passaggi elettorali dipendono in maniera forte dalle leggi elettorali adottate e dai comportamenti strategici che i soggetti politici in campo riescono ad adottare per rispondere al meglio a quelle procedure elettorali. Perché metodo insegna che i dati si leggono all’interno della griglia costruita dalla legge elettorale. Nel caso francese solo 76 collegi avevano chiuso l’elezione al primo turno, con un evidente equilibrio tra RN (38) e Gauche (32). A quel punto la paziente analisi fatta da Floridia collegio per collegio gli aveva permesso di cogliere che l’affermazione della destra, indubbia con il suo passaggio a oltre nove milioni di voti in soli tre anni, lasciava moltissimi collegi incerti e dipendenti dal comportamento strategico dei soggetti in campo. In quarantotto ore i componenti della sinistra francese hanno trovato l’accordo per i criteri di candidatura con il NFP e i criteri per le desistenze con i centristi nei collegi. Verificato che i rifiuti a rispettare l’accordo sarebbero stati pochi, la previsione di un esito diverso dalle aspettative del RN diventavano molto fondate.

Se consultate i dati pubblicati negli articoli precedenti di questo sito, vedete che al secondo turno la valanga di voti per il RN si è ripetuta, in molti collegi ha superato il quaranta per cento ma ha perso il collegio stesso. Le tensioni successive tra Marine Le Pen e Jiordan Bardella sono state dettate anche dalla accusa a Bardella di aver voluto puntare su candidati di forte affidabilità ideologica e di partito, ma di scarso profilo personale che, nel momento decisivo del ballottaggio, si sono rivelati incapaci di allargare il consenso del partito. Facciamo notare al contrario che là dove il centralismo di Melanchon ha voluto colpire il proprio dissenso interno i quattro candidati espulsi si sono presentati e hanno vinto!


Il caso britannico è addirittura imbarazzante. Nella presentazione dell’incontro ricordavo che con il 33,7 dei voti utili il Labour ha preso oltre il sessanta per cento dei seggi in Parlamento. Il vecchio consigliere elettorale di Tony Blair, che qualche voce in capitolo l’ha avuta anche questa volta, portò il Labour ad una vittoria travolgente concentrando la propria campagna elettorale in 75 collegi.

Due le considerazioni da fare. Uno: la destra inglese è stata sfasciata dall’avanzata dell’estrema di Nigel Farage, sommate fanno 38 contro i 33 del Labour e 14 dei liberali: l’uninominale rischia di perdere capacità rappresentative quando i tre contendenti si equivalgono, ma se questi diventano quattro, la logica politica del sistema può addirittura fare corto circuito. Il quadro del consenso politico britannico è ancora più a destra: per la prima volta una formazione della destra populista xenofoba arriva a quelle percentuali e porta in parlamento Nigel Farage al suo ottavo tentativo, mentre il consenso popolare al partito che si assumerà l’onere del governo è modesto. Due: il basso profilo di Keir Starmer ha assecondato il processo di autodistruzione dei conservatori. Indubbiamente la sua linea moderata ha impedito ai conservatori, privi di leadership e di una strategia nella crisi britannica, di ritrovare almeno un ruolo di rimbalzo in funzione anti – laburista fidelizzando i propri e catturando elettori liberal . democratici. Inoltre Starmer ha lasciato ai conservatori la responsabilità di cavalcare la brexit, cosa che alla fine ha inevitabilmente deluso chi pretendeva l’impossibile e ha punito e abbandonato “chi li ha traditi”. Comportamento strategico adeguato al sistema e in sintonia con un Paese sfiancato che ha bisogno di ritrovare basi solide su cui riscostruire la visione di sé e del proprio futuro.

Il contributo di Giovanni Pietro Vitali ci ha permesso di guardare nel mondo della estrema destra europea soprattutto seguendo il loro utilizzo massiccio della rete e dei social. Strumenti ottimali per creare spazi identitari, camere ecoiche le chiamavamo, che fidelizzano, formano attraverso il linguaggio e la narrazione. Interessanti i riferimenti all’ambiente musicale parallelo a certe associazioni dell’estrema destra. Questa forte attività non è più circoscritta a sé stessa, autoreferenziale, perché questa nuova estrema è legittimata in molti paesi a coalizzarsi con i partiti della destra parlamentare e quindi ad accedere alle istituzioni. E’ un importante salto di qualità per la destra nazionalista, razzista e autoritaria.

https://massimocellai.it/wp-content/uploads/2024/07/Anima-Sinistra-2.pdf

Ringrazio Giovanni Pietro Vitali per avermi permesso l’utilizzo delle sue slides di lavoro, alcune di queste sono lungo l’articolo ma tutte possono essere consultate utilizzando il Link precedente,

Simon Sarlin ci ha avvicinarto con più attenzione al RN francese. Ha descritto alcuni precisi insediamenti territoriali del RN ( esempio, nord – est deindustrializzato e sud ) ma soprattutto ha spiegato la sua caratteristica fondamentale, quella di essere un complesso e articolato insieme di aree culturali, sociali e politiche in origine distinte e diverse. Questo, secondo me, è un passaggio decisivo per capire quello che sta accadendo: perché gruppi così distanti si riconoscono comunque, al di là delle evidenti contraddizioni, nella azione e nella prospettiva del RN? Insomma, l’altra Francia, nazionalista, razzista, protezionista e anti -europea non ha più un unico collante culturale, una unica identità sociale, ma al contrario quegli spezzoni provengono da gruppi e soggetti precedentemente dotati di loro identità forti e coese che ora hanno perso, sono orfani di identità di classe e culturali che ora sono disponibili a mischiare senza timore di contraddizione giocando su alcuni, pochi, collanti comuni: la sera della sconfitta Bardella ha detto che in Europa, dal giorno dopo, avrebbero fermato l’immigrazione e il dissennato Green Deal.

Il puzzle del Rassemblement francese è ben visibile anche nella destra italiana che prima si è costruita all’ombra del berlusconismo, poi ha visto fallire il populismo valligiano alla Salvini e ora si affida alla guida della fiamma tricolore. Queste diverse Italie hanno saputo cavalcare il fallimento politico del centrosinistra e si sono strinte a coorte attorno alla estrema destra.
Cosa possiamo aggiungere al quadro europeo? Che l’Italia è l’anello più debole e politicamente pericoloso insieme ai Paesi Bassi. Che l’estrema destra nazionalista comunque cresce in ogni Paese. Che è in corso un cambiamento sociale e culturale profondo, non contingente che coinvolge tuttu le società avanzate occidentali.

Eccola l’altra Europa costruita col metodo di cucire insieme rabbie e ragioni molto diverse.
Quella classica, più nota: interessi consolidati, ricchezza e patrimoni, sacche di privilegi, insomma la difesa di quanto accumulato di cui si vuole negare l’origine ed il valore sociale. Ma c’è ben altro. Viene da tempo riconosciuta ed esaltata la vasta area del pensiero popolare conservatore, di origine agraria ma che oggi coinvolge strati sociali diversi accomunati dal riferimento a un passato confortante (da cui in realtà si è fuggiti) per fare baluardo contro i nuovi cambiamenti, contro l’innovazione continua. Rialza la voce un cattolicesimo pre-conciliare mai morto, che si scopre parente stretto dell’evangelismo settario, nella comune convinzione che “I have God in my side”. Sempre più forte il rumore cupo e rugginoso della frustrazione maschile alla ricerca di conferme identitarie che riesce ad immaginare solo nei tanti, diversi, evidenti o coperti, ruoli patriarcali. La diffusa crescita della violenza per la “risoluzione delle controversie” internazionali, di genere, tra individui e gruppi. Globalizzazione e tramonto delle ideologie hanno lasciato in eredità de – industrializzazioni e dis – locazioni, ma anche perdita del riconoscimento culturale e sociale delle fasce popolari, delle classi lavoratrici, che avevano ricevuto quel riconoscimento in termini non solo socio – economici ma identitari, dal pensiero cristiano – sociale e da quello socialista. Ostilità verso il capitalismo delle innovazioni tecnologiche e digitali, dei mercati aperti delle merci, dei capitali e dei lavoratori. A questo proposito, l’Europa ha riempito il mondo di centinaia di lavoratori immigrati alla ricerca di una opportunità di vita, ma quella globalizzazione era bianca, comunque sporca e faticosa da accettare, ma non infrangeva una linea invalicabile, the color line, quella linea razzista presente nella cultura occidentale e che oggi è semplice condividere ed evocare.

Questo è l’anno elettorale del mondo, ma In coda all’incontro ho invitato a seguire con particolare attenzione quanto avviene e quanto avverrà nelle istituzioni della Unione Europea. L’alleanza tra il Partito Popolare Europeo, i Socialisti, i Liberali con l’appoggio dei Verdi, è stata fatta passare come un passaggio scontato, come la continuità inerte. Tutt’altro, c’è una scelta di fondo, c’è una possibilità per tutta l’Europa di fronte alla marea montante del nazionalismo e del sovranismo populista.

Ritengo necessario si faccia una attenta analisi dei programmi dei Partiti europei , del programma di governo della Commissione, del ruolo nuovo che dovrà assumere il Parlamento Europeo, l’organo istituzionale eletto dai cittadini europei.

E allora chiudo con una breve riflessione.
“For a very long time, we took it for granted. We became democrats of comfort. But today our democracies are under threat.” Ursula von der Lyen.
Intanto, come traduciamo? “Per molto tempo l’abbiamo data per scontata. Siamo diventati democratici of comfort. Ma oggi la nostra democrazia è sotto attacco”.
Se traduciamo una roba tipo “democratici da divano” beh, quanti segnali devono arrivare ai cittadini europei per sentire che sono avvenuti, e stanno proseguendo, cambiamenti profondi nella cultura e nelle società europee in direzione apertamente anti – democratica? Cosa deve ancora accadere perché l’Europa democratica reagisca attivamente e si alzi dal divano?
Se invece propendiamo per “democratici per abitudine”, allora avanzo il dubbio che in parte stiamo sbagliando strada. Penso che troppi oggi diano per radicata e scontata una cultura democratica che invece spesso non è stata il contenuto, il valore, l’obiettivo prioritario, ma un aspetto complementare di visioni politiche diverse che avevano nella democrazia la propria coordinata più debole.


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