Si consolida il ruolo di riferimento della Carta Costituzionale
Ogni volta che la Costituzione della Repubblica italiana viene assalita e gli italiani la sostengono con il loro voto referendario, tiriamo un sospiro di sollievo e ci sentiamo più liberi e più forti.
Il significato di questo voto referendario, con le sue caratteristiche tutte ancora da approfondire, credo sia evidente a tutti: quindici milioni di elettori hanno votato perché la Costituzione sia rispettata nei suoi equilibri fondamentali.
E’ una indicazioni pesante, molto importante.
Oltre l’attacco spesso sguaiato e inaccettabile alla magistratura, oltre i sorteggi e l’alta corte, credo che il cuore di questo passaggio referendario sia un motivato giudizio di attenzione e valorizzazione della Costituzione.
Come detto e argomentato più volte, non c’era in ballo una riforma della giustizia italiana ma un profondo riordinamento della giurisdizione e dei rapporti tra i poteri nel sistema democratico italiano.
Il carattere a tratti molto tecnico del testo sottoposto a referendum ha forse lasciato a casa i quattro milioni di elettori in più che avevano votato nel 2016, in un referendum però dove il merito era totalmente scomparso per lasciare posto ad una specie di plebiscito sul leader politico e che precedeva politiche alle quali l’affluenza si attestava ancora al 72 %, mentre questo referendum ha alle spalle le politiche del 2022 con il suo striminzito 63 %.
Ventisei milioni di elettori sono invece venuti ad esprimersi sulla Costituzione proprio come nel 2006 e quindici milioni di loro, proprio come per il NO nel 2006, hanno bocciato l’ennesimo tentativo di alterazione della Carta da parte di una destra con ancora troppe pulsioni anticostituzionali.
Mi permetto di consigliare di non arruolare direttamente questi quindici milioni di italiani nello squinternato sistema dei partiti italiano. Questi quindici milioni di italiani sono ormai un consolidato esercito di riserva pronto a ricordare al capopopolo di turno che la Costituzione non è a sua disposizione. Preziosi e confortanti punti di riferimento, la Carta stessa e questo sempre più solido attaccamento alla Costituzione da parte dei cittadini. Il prof. Pietro Scoppola si augurava allora che l’Italia riuscisse a costruire quel patriottismo costituzionale di cui ogni nazione ha bisogno e che la nostra Costituzione merita ampiamente. Non voglio dire che il traguardo sia stato raggiunto, ma dopo questo risultato referendario penso che siamo sulla strada giusta.
Quella dei tentativi di alterazione o manipolazione della Costituzione è una storia che va di pari passo con la crisi del sistema politico italiano, crisi di metodo e merito, dei percorsi di selezione dei politici e della cultura degli stessi, crisi esplosa dopo l’indebolimento delle grandi famiglie della cultura politica italiana e delle loro strutture organizzate. Più la politica perdeva capacità di interpretazione e di azione e faticava a trovare un ceto capace di leggere la complessa fase di transizione in corso e l’approdo a cui condurre la democrazia italiana, più la tentazione di sostituire alla cultura politica l’ingegneria costituzionale ha coinvolto destra e sinistra.
Certo la destra italiana porta dentro di sé diversi spezzoni di cultura ostile alla Carta Costituzionale della Repubblica nata dalla resistenza antifascista. Ostilità espressa sempre con rancore dall’area missina legata ai valori e contenuti dell’Italia non democratica, ma anche da ambienti della destra più conservatrice, laica o religioso – tradizionalista, fino alle aree rurali del nord cresciute nel sentimento secessionista o isolazionista antisistema.
Il centrosinistra ha invece ceduto saltuariamente, per debolezza culturale, a manovre strumentali attorno alla Costituzione a carattere palesemente elettorale, come nella rincorsa ai federalisti nel 2001 o come nel tentativo di costruire il proprio “uomo della provvidenza” nel 2016.
Un ringraziamento ed un plauso a coloro che si sono mobilitati per il NO con gli strumenti a loro disposizione e con grande rispetto per i cittadini e le loro incertezze. Ricordo con gratitudine alcuni incontri in questa breve campagna di livello alto e confortante, così come ricordo colloqui e scambi di opinioni spesso rispettosi ed attenti. Ho già dimenticato la tanta spazzatura di immagini e parole che agni tanto siamo stati costretti ad incontrare.
Questioni di politica contingente conseguenti a questo voto.
Poche ore prima della chiusura delle urne riflettevo sui sondaggi che davano un NO vincente con bassa affluenza, ma in difficoltà con affluenza alta. Ho pensato che se sognare è lecito, in questo caso avrei voluto un NO vincente senza incertezze e con tanti cittadini al voto. E’ andata così e sono quei momenti in cui i processi democratici danno il meglio di sè, con i cittadini che rispondono all’importanza della scelta, con un risultato chiaro, con un messaggio forte inviato a chi legittimamente governa e ha potere. Il messaggio del limite, degli equilibri da rispettare, dei cittadini che affrontano con maturità anche una scadenza tecnicamente complessa.
Governi e Costituzione dovrebbero stare lontani gli uni dall’altra per rispetto e separazione dei ruoli.
Ma tale cultura costituzionale, tantomeno quella “costituente”, non caratterizzano più larga parte del ceto politico italiano. Se Calamandrei diceva che i membri del governo dovrebbero stare fuori dall’aula quando si parla di Costituzione, oggi siamo di fronte ad una Legge Meloni – Nordio scaturita proprio da un accordo nel governo che ha messo in fila prima la Legge sulla autonomia differenziata, poi quella sulla giustizia ed infine quella sul premierato. La legge sul nuovo ordinamento giurisdizionale è stata preparata e scritta non nelle commissioni parlamentari ma nelle stanze del governo, il Parlamento l’ha potuta discutere ma senza introdurre nessuna emendamento per esplicita richiesta del governo stesso.
Il disprezzo della cultura costituzionale stava già nel metodo prima che nel merito. I referendum costituzionali hanno carattere “oppositivo” proprio perché quando una maggioranza parlamentare ha compiuto la procedura prevista dall’articolo 138, lo strumento referendario è a disposizione di quei soggetti costituzionalmente previsti che, interpretando forze in quel momento minoritarie, ritengano che la maggioranza parlamentare non abbia in quella decisione rappresentato la maggioranza degli elettori. Quando il risultato referendario conferma questa ipotesi, è la maggioranza parlamentare ad essere chiamata pesantemente in causa dai cittadini, quella maggioranza che con la sua fiducia sostiene l’azione del governo. Il corto circuito è evidente e difficile da evitare. Il governo può sempre appellarsi al carattere particolare della bocciatura popolare ma quando un governo si comporta così, schiaccia il parlamento e si identifica con la legge costituzionale proposta, ogni scappatoia ha il sapore della furbata ma anche della fuga dal proprio stesso progetto politico.
In ogni caso c’è da chiedersi se queste prime dichiarazione dei maggiori esponenti della maggioranza e del governo siano poi la strada giusta. Un misto di alterigia, arroganza e sdegno, dalla “occasione persa” al grido “allora la giustizia vi piace così”.
Insomma nessuna pausa di riflessione nemmeno per far finta che l’opinione dei cittadini vada ascoltata. Oppure, peggio, come la Presidente del Consiglio che in un selfie autoprodotto assicura che rispetterà la volontà del popolo senza ricordarsi che quell’impegno l’ha preso quando ha giurato davanti al Presidente della Repubblica e sulla Costituzione, facendo sorgere il dubbio a molti che abbia anche preso in considerazione comportamenti diversi da quelli istituzionalmente previsti. Infine penso che davanti a quanto accaduto almeno il ministro Nordio poteva mettere a disposizione il suo mandato ministeriale permettendo alla Presidente del Consiglio di poter scegliere tra la rivendicazione orgogliosa della azione collettiva di governo, come nel caso del generale Almasri, e il riconoscimento almeno parziale dei tanti errori commessi dall’esecutivo.
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