https://www.mondadoristore.it/Occhidisole-In-cammino-Marisa-Cecchetti/eai979125457241/
Lui, il professore di filosofia, apre il suo intervento chiedendo se qualcuno dei presenti ritiene che tutto sia visibile intorno a noi, o se siamo immersi nell’invisibile.
Parla dal pulpito, proprio quello dove sta l’altare, per l’occasione spoglio di ogni simbolo sacro. Glia volta le spalle, all’altare, spostandosi sui piedi di qua e di là. Sbattendo lieve coi tacchi contro un anthurium rosso e tremante appoggiato per terra, che barcolla ad ogni calcetto.
Alto, snello, voce calda. Interessante a dir poco. Pensionato da pochi mesi della scuola.
Il silenzio si allarga all’istante mentre lui scruta ogni volto per leggervi una reazione, una volontà. E anche i corpi seduti, per cogliere una mano in procinto di alzarsi. Niente. Tutti fermi, di sasso.
Certo che c’è l’invisibile, avrei voluto dire subito, ma il pensiero non si faceva parole, che rimanevano nella bocca inchiodata. Quando finisce la vita, dove va mai l’energia da cui proveniamo, la nostra intelligenza, il nostro spirito, avrei voluto dire. Torniamo ad essere energia, invisibile.
Avrei anche voluto dire che l’ho sentita sfiorarmi il viso, quell’energia, una sera che ero disperata. Era come il tocco lieve di una piuma.
E se ho trovato la forza di andare avanti nella vita e ho fatto cose, è perché quell’invisibile mi è stato accanto a dirmi, falle tu per me, mamma.
Avrei potuto citare L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, e le parole di Padre Arturo Paoli, a conferma. Anche quelle di un giovane sacerdote che l’aveva ammesso, questo discorso dell’energia, bevendo un caffè corretto insieme a me, nei ritiri estivi dei ragazzi.
Era un tumulto di pensieri che premevano per diventare parola, ma non ho aperto bocca, proprio perché ero in tumulto. E anche per il timore mai scomparso di dire qualcosa di inadeguato.
Qualcuno comunque ha parlato, non ricordo i primi interventi perché stavo cercando di dare ordine al pensiero.
Ho ascoltato tuttavia che siamo immersi nella materia oscura, e poi sul web ho trovato questo:
“Il nostro universo è principalmente fatto di materia diversa da quella del nostro mondo, che non emette nessuna radiazione elettromagnetica sia nello spettro della luce visibile che in quello dei raggi x ad alta energia. Per questo la materia oscura ci è invisibile e sconosciuta.”
Su questo non avevo mai indagato.
E dove mettiamo il nostro passato, quello che siamo stati e balza agli occhi, a pezzi scomposti, come se lo potessimo tioccare il nostro io di ieri, di venti, di cinquanta anni fa? Chiede lui.
Cinquanta? Si, è un numero che ci sta tutto intero dentro l’età dei presenti.
E i luoghi, gli oggetti che hanno fatto parte della nostra vita? Continua il professore.
L’invisibile ci appartiene. Tanto altro ha detto, e ascoltavo mentre mi scendeva un po’ di ordine nella testa.
Questa rivalutazione del passato è parallela al mio pensiero – siamo ciò che siamo stati, siamo un tutt’uno che avanza, rotola e acchiappa novità, mutazioni, e le fonde con il nostro essere. Tutt’uno.
La mente va.
Era piovuto tutta la notte a scrosci forti senza tjuoni, ma la mattina era asciutta e fredda, solo qualche nuvola si spostava veloce spinta dal vento e talvolta copriva il sole malaticcio.
Al podere era tempo di travasare il vino, vi ha pensato il cantiniere con un sistema di pompaggio e di tubi e di tini. In cantina si respirava un profumo dolceaspro che faceva godere anche i polmoni.
Ho preso un cestino e sono andata sotto gli olivi, armata di un rastrello piccolo a denti fitti.
Dopo la raccolta di ottobre si vedono pendere dai rami le olive sfuggite all’occhio quando erano ancora verdi, che ora occhieggiano nere nere. Inforco gli occhiali per proteggermi dai rametti, tiro giù i rami che si flettono, li pettino col rastrellino, raccolgo subito quello che trovo.
Intorno c’è silenzio, solo le folate fanno mugliare i rami più alti, li schiaffeggiano e li piegano. Il cestino ha già il fondo ricoperto di olive.
Colpisco distratta il paniere con un piede e tutto il raccolto si rovescia nell’erba. Rotolano le olive leggere lucide e lontane.
Stai più attenta , mi rimprovero a voce alta mentre mi inginocchio a raccattare.
Allora spunta lei, la ragazzina, quella che sono stata porto in me. Era inverno, erano le vacanze di Natale e lei avanzava lenta appoggiata al paniere rotondo sulla piana sassosa, e raccattava le olive a una a una, quelle che il nonno scuoteva con la canna di bambù dai rami più alti. Le reti? No. Quelle non si usavano ancora.
Le cadevano addosso come una grandinata piacevole, si infilavano tra i sassi, l’erba rasa e qualche rovo rimasto. Piegata in due, con le unghie delle mani rotte e le ginocchia rosse di freddo e scorticate.
I pantaloni? No, no, le donne non li portavano ancora, Il vento ghiaccio saliva sotto la gonna.
Potrei raccontare di quella ragazzina, dire anche come era vestita, come portava i capelli, che aveva i geloni alle mani, la vedo bene.
Invisibile, ma non per me.
Qualcuno ha alzato la mano, il filosofo dà la parola soddisfatto. Sento citare la luna, quella di Ciàula,che per lui è rimasta invisibile finché non è sbucato fuori da sottoterra. Eppure era lì, bella tonda e chiara. Qualche nesso con la materia oscura di cui sopra? Lo stanno cercando.
Cantano le olive nel cestino, se lo agito forte mentre torno nella cantina. Arrotolo la sciarpa intorno al viso perché il veno è ghiaccio. Mi riscalda un assaggio di bianco, di quello che sarà pronto a primavera.
Il cantiniere continua il travaso nel ronzare della pompa che succhia. E’ ancora presto per il pranzo, ma è quasi pronto e siamo solo noi due.
Quando arriva mezzogiorno col suono dei vari campanili dai paesi sparsi sui poggi, arrivano anche quattro bocche familiari da sfamare.
La cucina è sguarnita , c’è solo l’essenziale.
Si mangia quello che c’è. Dice il cantiniere, non ti preoccupare. Chi viene in campagna sa che si deve adattare.
Prendo il mio panierino e salgo in cucina: Preoccupata? No. Come faceva la nonna?
La vedo, piccola, magra, un po’ curva, battere con un pestello sulla pietra dell’acquaio pezzetti di carne rossa grandi come una moneta da cento lire. A forza di colpi i pezzetti si allargavano e diventavano sottili come ostie. Poi li tuffava nell’uovo sbattuto – di uova ce n’era in abbondanza – poi nel pane grattato – una volta e un’altra ancora. Diventavano gonfie come cuscini imbottiti, quelle cotolette che nascondevano solo un’anima di carne.
Ma non bastava.
Riempiva di salsa di pomodoro e aglio una padella larga e ce le affogava dentro. A noi sembrava un pranzo da re.
Oggi ho portato da casa proprio le bracioline impanate, fritte e messe in salsa, larghe come fazzoletti e ciccione.
Prepara dell’altra salsa, tanta, mi suggerisce la nonna, e fagli spiccare un bollorino. Faranno più comparsa.
Lei diceva proprio così.
Eseguo, poi la lascio svanire con la solita vestaglietta scura a fiorellini chiari e il passo svelto.
Il passato che ci portiamo dentro è invisibile e concreto.
Stanno parlando di Pirandello e sento citare Uno nessuno e centomila. Sento riflessioni sul chi siamo davvero, quanti volti abbiamo a seconda delle situazioni, quanto di noi gli altri non conoscano.
Invisibili.
Io torno in campagna, ma loro parlano e parlano e non mi vedono partire.
I tortellini – che ho calcolato per tre persone al massimo – li butto già nel brodo bollente, cosi si gonfiano e fanno resa.
Falli sempre riposare un po’, mi diceva Rosanna nel mio periodo emiliano, buttali qualche minuto prima.
La vedo, la mia amica Rosanna, grande di fisico e di cuore, che mi accoglie con poche parole e tanta luce negli occhi. Ogni volta che prendo l’asse per la pasta ritorna lei, che mi ha insegnato la cucina. Ride come faceva in vita.
Invisibile ormai al mondo, ma non a me.
Il pranzo finisce col caffè turco che ha preparato mio nipote. Rimane la polvere sul fondo della tazza: eccoli proprio qui i famosi fondi di caffè, quelli in cui leggono il futuro! Non li avevo mai visti. No, no, non sono come Ciàula, non ho scoperto la luna! II confronto mi fa sorridere, forse qualcuno se ne accorge. Ma non rido di voi, credetemi, vorrei dire.
Rimango con mio nipote e sua moglie davanti al camino che manda guizzi di fiamma, nel sapore lieve del dopo pranzo, con la luce ancora chiara del giorno, mentre lui fa scorrere le foto del suo recente viaggio in Australia.
Lo vedo con un cucciolo di koala in braccio, vedo serpenti, canguri e piccoli wallaby. E pappagalli, tanti, che sono dappertutto come i nostri piccioni,
Nonno – il suo nonno materno – li catturava e li arrostiva, dice mio nipote, quando tagliava le foreste, emigrato dalla Garfagnana. I suoi compagni mangiavano scatolette ma lui non si fidava. Molti sono morti, lui è tornato vivo.
Si è spento da pochi giorni, ultranovantenne.
Ho fatto in tempo a chiamarlo da laggiù, dice mio nipote, proprio dai posti dove ha vissuto da emigrante in una baracca in mezzo alla foresta. L’ultimo degli ultimi. L’ho sentito felice.
Ma il nonno ultranovantenne ora è in quella fiamma che arde, è in questa stanza che ha conosciuto bene, contento che il cerchio si sia chiuso col viaggio del nipote in quelle sue foreste che ora non ci sono più.
Invisibile e concreto.
E tu, zia, non hai riconosciuto il koala della foto che ho pubblicato sul nostro gruppo?
Ha ragione, è proprio strano, perché c’è un grande koala in un poster appeso nella camera di mio figlio. Lo guardo da quasi cinquant’anni.
Ecco che arriva lui al tepore della fiamma che ora si è illanguidita ma brilla. Si materializza ai miei occhi curvo sull’ultimo trattato di Fisica, i capelli lunghi che lo facevano assomigliare a me, il maglione verde fatto a mano che portava in casa tutto l’inverno.
Mio nipote giocava con lui che gli costruiva i paracadutini da lanciare dalla terrazza.
Mio nipote è un bravissimo fisico.
Lo ricordi? Tu eri piccino.
Abbassa lo sguardo.
Non ho mai toccato quel passato con lui, perché era troppo piccolo allora per accettare la morte, e ne ha sofferto a lungo.
Ora é adulto, penso che gli faccia piacere il ricordo. Ma ha gli occhi lucidi, e anche sua moglie. Ora mio figlio si materializza. Balla.
Come ballava da ragazzino con sua sorella e con me. Girava e girava nel valzer, tanto che io gli dicevo vai più lento per favore, che mi fai girare la testa.
Ballava? mi chiedono in coro. Anche loro amano il ballo. Una tradizione che si mantiene.
Che cosa è l’invisibile? Dov’è?
Non so niente della materia oscura, ma il passato è dentro di me e intorno.
Ho seguito il filosofo fino in fondo, del resto era un piacere per l’udito e per la vista. E anche gli interventi erano intelligenti e ragionati, senza dubbio più chiari di ciò che avrei potuto dire io. Lo potevo capire dai volti.
Non posso riportarli qui perché non li conosco: ascoltavo i suoni, ma non le parole. Quelle esistevano senza di me.
Marisa Cecchetti Occhidisole. In cammino. Racconti
Giovane Holden Edizioni 2023 pag 87 – 93
Grazie!
Cara Marisa, penso che narrare e raccontare, abbiano un valore a sé stante, che la loro bellezza insomma sia indipendente dalla conoscenza e da ogni interpretazione che le voglia giustificare ad un altro livello ( politico, filosofico, psicologico, storico etc ). Queste tue pagine sono belle e quanto basta. Devo però aggiungere che mi hai regalato un contributo prezioso: un tuo percorso sull’invisibile che hai seguito affiancandoti a quello che provavo a fare quel giorno a Sant’Anna. Quella traccia di pensiero, che ho quì sul tavolo si è arricchita di un altro capitolo. A presto.