Sono andato in Piazza del Popolo sabato 15 marzo.
Anzi, ho passato due settimane a organizzare un bel bus che da Lucca ci portasse, in 52, in quella piazza.
Ho fatto la cronaca di quella lunga giornata.
https://massimocellai.it/politica/lucca-in-piazza-del-popolo-per-lunione-europea/
Ho letto molte dichiarazioni di chi voleva posizionarsi, molti giudizi e commenti.
A distanza di qualche giorno è probabile che le mie riflessioni siano ancora influenzate da quel complesso di tensioni, preoccupazioni e attese che le due settimane di impegno hanno alimentato. Non solo. C’è ancora in me quella carica di soddisfazione che ti lascia una giornata faticosa ma passata insieme ad altri che avevano deciso di battere quel colpo e che alla fine ti esprimono soddisfazione, allegria, gratitudine.
Andiamo al punto.
Il 10 febbraio Michele Serra dice che è arrivato il momento di fare una manifestazione il cui unico slogan possibile è “Make Europe Unite”. Nel diluvio di reazioni successive si inserisce anche l’annuncio del piano ReArmEU e tutto quello che ha comportato.
Quella piazza voleva essere la piazza di chi pensa che c’è una scelta di fondo da fare: proseguire nella costruzione delle istituzioni unitarie europee, fermare i piani di chi da tempo ha dichiarato che l’UE è il suo principale nemico (Putin) e chi ha appena detto che l’UE è nata per fottere gli americani e quindi va distrutta.
“Dicono” che però in questo modo si è convocato una piazza senza piattaforma politica.
Scegliere di manifestare per l’Unione Europea non significa oggi occuparsi di politica estera o temi internazionali. Significa schierarsi per un progetto politico in corso, per un modello politico. Significa stare con la democrazia rappresentativa e lo stato di diritto, significa affermare libertà e separazione dei poteri, centralità della persona e welfare, limitazioni delle sovranità nazionali e istituzioni condivise. Alla faccia della piazza priva di piattaforma politica!
Attorno a noi abbiamo regimi ben diversi che sbeffeggiano e irridono libertà e democrazia, separazione dei poteri e stato di diritto, li sostituiscono con la forza e la violenza che da sempre è prima interna (autocrazia) e poi esterna (guerra). Gli USA sono in un passaggio delicatissimo, figlio diretto dell’undici settembre e del furore sfociato in un groviglio di guerre, violenza e riaffermazione identitaria: dobbiamo augurarci che le sue istituzioni costituzionali resistano.
“Dicono” che è stata una piazza generica.
Dovevamo dichiarare prima se l’Europa può difendersi o no, se deve avere un esercito o no, se quell’esercito deve essere comune o no, se deve fare debito comune o no, se il green deal deve essere indebolito o no, se rimaniamo nella Nato e se rispondiamo ai dazi commerciali. Quando le istituzioni sono democratiche, tutto questo lo decidono i cittadini e i loro rappresentanti. Stiamo parlando di una UE in cui oltre 190 milioni di elettori si sono espressi appena otto mesi fa.
Io ho idee ben precise su tutto questo e da tempo il consenso elettorale in Europa va in tutt’altra direzione. Nel mio paese i cittadini hanno insediato dal 2023 un governo che non mi piace ma che ha il consenso degli elettori. Anche in Europa il consenso si è allontanato dalle mie posizioni, il governo e la maggioranza parlamentare hanno esposto un programma con aspetti positivi e altri negativi. Se continueremo a perdere il consenso necessario per far avanzare le nostre proposte, anche quello che farà l’Europa probabilmente non mi piacerà. E’ la democrazia, baby!
“Dicono” che quella piazza era una piazza vuota se alla bandiera europea non si aggiungeva qualcos’altro, la bandiera Arcobaleno o quella Ucraina o quella della Georgia.
Chi voleva aggiungere un’altra bandiera non commetteva nessun errore. Sicuramente affermava però che quella bandiera europea non era per lei/lui un obiettivo politico forte, un obiettivo sufficiente, tale da mobilitarlo. Insomma, democrazia, libertà e stato di diritto, parlamenti e separazione dei poteri, centralità della persona e welfare diffuso, istituzioni sovranazionali e pace al posto delle perenni guerre europee, non sono di per sé obiettivi “enormi” e che scaldano i cuori.
Chi dice questo è alla perenne ricerca di quello che ci distingue, di quello che ci divide rispetto a ciò che ci unisce? Non credo, penso invece che sia l’ennesima riprova di quanto sia diffusa tra gli italiani una certa lontananza, freddezza per quei valori politici, per quegli obiettivi politici che in fondo sono il pacchetto democratico che può anche andar bene, in certe fasi e momenti, ma per il quale non ci si mobilita e che può anche essere barattato con altro.
“Dicono” che quella piazza, chiamata da un giornalista fuori dalla “fabbrica della politica”, indebolisce partiti e forze intermedie.
Credo che continuiamo a confondere piani e protagonisti dell’azione politica democratica, credo che là fuori ci siano tante persone a cui abbiamo bisogno di rivolgersi per agire e incidere politicamente in questo paese, in questa Europa..
E’ da trent’anni che ci misuriamo con questa crisi dei mediatori politici italiani. Metodo saggio e rigoroso direbbe che se partiti e mediatori non sono stati in grado di chiamare tempestivamente questa piazza, per una credibilità assottigliata o per il moltiplicarsi delle divisioni, lì c’è la prova della loro debolezza, perché in natura e in politica i vuoti vengono colmati. Le debolezze le conosciamo, ora non aggiungiamoci anche quella di non sapere apprezzare, ascoltare far crescere quella piazza.
Michele Serra ha proposto giustamente di partire dalle tante città d’Italia e d’Europa, dai suoi sindaci, di diversa provenienza politica ma capaci di scegliere “Make Europe Unite”.
Messaggio in gran parte non raccolto dai leader politici che hanno invece cercato di circoscrivere quella piazza alle loro posizioni, di rinchiuderla in una parte invece di valorizzare la sua larga apertura a sostegno della UE,
Infine, due parole sul palco.
L’obiettivo dichiarato e realizzato era di fare un palco plurale, di diversi che si riconoscevano in quella Europa Unita da rafforzare.
Normale che non abbia apprezzato tutti gli invitati, sia per la forma che per i contenuti scelti.
Vecchioni, per esempio, lo avevo abbandonato mentre rimpiangeva in tv i tempi andati, le cose che faceva e pensava lui, scambiandosi pacche sulle spalle con Gramellini sul loro bel liceo (quella sì che era una scuola mica oggi!) e te bravo a greco e io a latino. Su quel palco ha messo in scena l’occidentale che mette in fila una serie di maestri, dimentico della complessità e anche contraddittorietà della nostra storia e di quanto oggi la UE sia la vera novità proprio perché nasce dal dialogo tra diversi, dalla collaborazione e dalla valorizzazione delle tante culture che hanno contribuito alla costruzione dell’Europa.
Disagio, ma non mi è parso rilevante e quando è tornato a cantare “sogna, ragazzo sogna”, applausi.
Ricordiamoci che quella piazza non era lì per loro, ma al contrario, loro erano lì per quella “piazza per l’Europa” che è l’unica cosa che conta e quella che vogliamo far crescere.
Massimo Cellai
Lascia un commento